16 novembre 2016

Decenni (16-176)

Decenni. (16-176)
Sono entrato da poco nel decennio 70-80. 
Non c'è nessuna differenza rispetto a qualche mese fa, ovviamente. 
Però ora mi colpiscono di più le locandine funebri di defunti del mio stesso decennio. Ne vedo di più lungo le strade. Mi sembrano numerose.
E' logico. Il mio decennio e il successivo sono quelli con indice di mortalità maggiore.
Dovrei spaventarmi?
Sì, si avvicina l'anno della mia fine.
E invece niente. È come se la cosa non mi riguardasse.
Una conoscente, mia coetanea, mi ha detto una frase: "Io non vivrò ancora a lungo."
Ho pensato che fosse per alcune malattie importanti che ha subito nel passato (e nel presente).
O forse uno sente queste cose.
Ciascuno sa se vivrà ancora a lungo o no?

Non sento la mia morte come prossima.
Sarà che sto abbastanza bene in salute.
Sarà per il dono di Prometeo agli esseri umani (la cecità rispetto alla propria morte).
Oppure per la longevità della mia famiglia d'origine.
Mi sento ancora immortale.

(L'indice per argomenti del 2013 si trova a pagina 442; quello del 2012 a pagina 107. La sintesi del 2012 si trova alla pagina 14-41. )
(per comunicazioni private:           holgar.pd@gmail.com             )

15 novembre 2016

Meglio da soli? (16-175)

Meglio da soli? (16-175)
Mia madre nella maturità e poi anche in vecchiaia, si augurava di morire mentre le tenevo la mano. Cioè in compagnia di qualcuno. 
Meglio, in compagnia di suo figlio.
Le cose andarono diversamente: era in coma da tre giorni, la visitavo alle due e alle nove di sera. La mattina del terzo giorno mi telefonarono per dirmi che i suoi parametri vitali erano peggiorati. Andai in ospedale e la trovai già morta, forse da pochi minuti (nemmeno gli infermieri o le compagne di stanza se n'erano accorti).
Forse mi aveva atteso, ma io avevo tardato.
Dunqui morì da sola.

Anche mio padre, in coma da alcune ore per via di un incidente stradale, morì da solo, mentre io e mia madre ci eravamo recati a sbrigare alcune pratiche burocratiche inerenti l'incidente, giusto un'ora prima.

Non ho assistito a molte morti. Anzi forse solo a quella di un'amica, anch'essa in coma: si spense lentamente senza agonia.
Non ho esperienza.

Mi figuro che il morire sia una faccenda personale. 
Che gli altri siano di ostacolo o almeno di distrazione. 
Anche gli animali vanno a morir da soli.
Temo che l'assistenza ai moribondi sia una necessità dei vivi, piuttosto che dei morenti.
Non dico che gli ultimi giorni di vita uno li debba passare da solo.
No, è meglio stare in compagnia, per finire, lasciare parole, accomiatarsi.
Ma le ultime ore sono un fatto molto fisico.
Gli altri sono un di più.
Inutile.

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14 novembre 2016

Umberto Veronesi, oncologo (16-174)

Umberto Veronesi, oncologo. (16-174)
E' morto qualche giorno fa, a novant'anni.
Personaggio di rilievo della cultura italiana e, in più, grande vecchio.
Mi aspettavo di conoscere pensieri, eventi, messaggi dei suoi ultimi giorni.
Invece la famiglia non ha fatto trapelare nulla.

E' stato anche ministro della sanità e ha tentato di far passare una legge per il divieto di fumare nei locali pubblici. Tentativo fallito, ma ripreso e approvato solo qualche anno dopo, sicuramente in conseguenza della sua battaglia.
Veronesi era anche vegetariano, era favorevole all'eutanasia, era difensore dei diritti degli animali; sosteneva l'uso degli animali in laboratorio soltanto sotto stretto controllo e senza produzione di sofferenza.
Riteneva infine che bisognasse eliminare il più possibile la sofferenza nei pazienti di qualunque tipo.
Per altro era favorevole all'uso dell'energia nucleare, agli organismi geneticamente modificati, alla farmacolizzazione della popolazione (una pastiglia per ognuno per non ammalarsi più: questo il suo sogno).
Luci e ombre dunque (dal mio personale punto di vista). 
Come ogni altro essere umano.

Mi sarebbe piaciuto conoscere i suoi ultimi pensieri, le cause della sua morte, come ha affrontato la morte (sapevo che era ammalato di cancro).
Purtroppo finora, per vari motivi, non ne sappiano nulla.
Peccato.

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12 novembre 2016

La mensola (16-173)

La mensola. (16-173)
In casa ho uno studiolo, che condivido con la mia compagna.
Ognuno ha la sua scrivania e gli oggetti che gli servono.
Io, in più, ho quella parte di libri che rappresentano i miei saperi e le mie passioni.
Tutti questi libri (e anche molti fascicoli) sono posti su numerose mensole a muro.
La più importante è quella posizionata proprio sopra la scrivania.
Ieri questa mensola è franata.
Ero in un'altra stanza, quando ho sentito un forte frastuono provenire dallo studio.
Sono andato a vedere e lo spettacolo era desolante: libri, oggetti, fascicoli, mensole tutto a terra o sulla scivania in un disordine incredibile.
Mi ha preso lo sconforto.
Ma subito dopo ho pensato che potevo esserci sotto io, perchè la scrivania era proprio sotto. Sono stato fortunato.

Difficile non fare delle considerazioni. Anche perchè qualche giorno fa sono caduto da una scaletta nello studio mentre riponevo dei fascicoli su una mensola alta (vedi 16-172).
Sembra che sia invitato a staccarmi da saperi e passioni che sono con me da molti anni, quasi da una vita intera. 
Invero sto cambiando orizzonti: i saperi stanno lasciando il campo ai nipoti.
Certo questi collegamenti sono solo nella mia testa, non nella realtà.
Ciononostante la realtà mi serve per fare riflessioni utili alla mia vita.

Capacità di riflettere, dono della vecchiaia.

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08 novembre 2016

Fragilità (16-172)

Fragilità. (16-172)
Ne ho scritto tante volte. Ne riscrivo.
Perchè è bene ricordarsela, da vecchi.
Un segno sicuro di vecchiaia è l'aumento della fragilità. E non intendo in senso stretto: cioè la fragilità delle ossa, che pure si possono rompere più facilmente.
Intendo la facilità di farsi del male facendo le cose di tutti i giorni, quelle cose che hai fatto centinaia di volte senza problemi.
In vecchiaia nascondono pericoli.
In casa ho una scala grande che mi permette di accedere a posizioni alte (dei muri, degli armadi, degli scaffali). Spesso è inutile, perchè talvolta bastano pochi centimetri di sopra-elevazione. Allora posseggo anche una scaletta a due gradini, 25 cm per gradino, totale mezzo metro. Bastano e avanzano, il più delle volte.
Quando salgo sulla scala grande, sono prudente, perchè mi innalza a un metro e mezzo dal pavimento.
Quando salgo sulla scala piccola lo faccio con disinvoltura.
Sbagliato.
Da vecchi anche 50 cm possono presentare dei rischi.
Mi è successo ieri.
Salgo due gradini della scaletta per riporre un fascicolo. Mi distraggo per un foglio del fasciolo che avrei dovuto tenere sul tavolo. Faccio per prenderlo, stando sulla scaletta senza reggermi. Non so come, perdo l'equilibrio. cado sulla scrivania sottostante, un colpo alla cassa toracica. Scivolo a terra.
Sorpresa e dolore. Impiego qualche minuto per riprendermi.
Non si è rotto nulla. La caduta è stata modesta (50 cm), ma il rischio alto.

È difficile fare con attenzione ciò che da decine d'anni si fa in modo automatico.

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07 novembre 2016

L'ascolto e la vecchiaia (16-171)

L'ascolto e la vecchiaia. (16-171)
"A caratterizzare quest'età non è la tristezza, ma una noia sottile perchè, per quante novità succedano, scopri che ognuna di esse altro non è che una nuova formulazione di qualcosa di già visto. E questa noia disaffeziona dal tempo a venire e ti rende più familiare e quasi amica la fine.
Hai imparato che la saggezza, che di solito si attribuisce a chi ha una certa età, altro non è che la somma delle esperienze che hai fatto e che non puoi trasmettere, perchè l'esperienza degli altri non serve a nessuno, tanto meno ai giovani che devono fare la propria. 
A quest'età allora capisci che chi ti sta intorno non è lì per chiederti consigli o insegnamenti, ma ascolto. Un ascolto curioso e attento, soprattutto verso quel mondo tumultuoso e spesso incomprensibile che sprigiona la giovinezza. [...] 
E la vecchiaia è un'ottima occasione per uscire da sè e, attraverso l'ascolto, scoprire i mondi degli altri di cui mai ti eri davvero incuriosito."
(da Umbero Gallimberti I miti del nostro tempo, Feltrinelli 2009, pag. 50)

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06 novembre 2016

Cinque anni* (16-170)

Cinque anni.* (16-170) (06/11/16)
Finalmente il mio primo nipote ha compiuto cinque anni.
Dio mio, quanto è grande!
Confrontato naturalmente con il tempo in cui aveva uno, due anni.
Anche il secondo nipote compie proprio oggi due anni. Poi ci sono i piccolini ...
Colpisce soprattutto la distanza fra i cinque anni del maggiore e i sette mesi del più piccolo. Quest'ultimo non lo conosco ancora, nel senso che non me ne sono ancora occupato, l'altro sta uscendo dalla fase in cui bisognava tenerlo in braccio, o sul passeggino. Il maggiore sta uscendo dalle necessità più impellenti, ha raggiunto una certa autonomia. Il nostro rapporto sta per cambiare completamente. Con lui ci si può intendere a parole, non c'è bisogno di interpretare pianti o suoni; fra poco saprà anche leggere.
Se avessi come nipote solo il mio primogenito, potrei dire che il tempo del sostegno a tempo pieno stia passando. Mi occuperò sempre di lui, ma in modo meno totale e meno impegnativo di forze, energie, lavoro fisico.
Ne ho altri tre di nipoti, è vero, ma posso figurarmi che fra cinque anni anche per loro ci sarà la stessa trasformazione.
Allora avrò settantacinque anni.
A quell'età farà la differenza una vecchiaia breve o una vecchiaia lunga.
Se la mia sarà breve, allora vale quanto ho scritto al n. 16-156: l'ultima fase della mia vita sarà stata quella della "nonnità". Avrò finito la mia vita facendo il nonno. Niente male.
Ma se la vita continuerà?
Che fase attraverserò?
Sono curioso.
Che succederà se avrò una vecchiaia lunga?

Avere una vita lunga permette letteralmente di vivere più vite.

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05 novembre 2016

Albertazzi (16-169)

Albertazzi. (16-169)
Ho scritto degli ultimi giorni di vita di Giorgio Albertazzi (vedi 16-078), grande attore italiano. Mi colpì la sua lucida previsione della morte, due settimane prima di morire, rilasciata durante un'intervista per un giornale.
Perchè, una domanda che mi viene spesso in testa è: ci accorgiamo di stare per morire? 
Non dico negli ultimi momenti, ma nei giorni precedenti.
Albertazzi testimoniò che sì, ce ne accorgiamo.
E lui ebbe il coraggio di dichiararlo. 
(anche Paolo Poli fece lo stesso, qualche mese prima: vedi 16-048).

Qualche giorno fa ho visto in tv un'altra intervista di Albertazzi, questa volta con riprese video. Da quel che ho capito si tratta di un'intervista fatta più o meno negli stessi giorni, quindi in prossimità della morte (tre settimane prima, mi pare).
Il video mostra un vecchio su una sedia, che risponde alle domande.
Ciò che colpisce è la stanchezza che mostra, la voce flebile.
Tutto il contrario di un'apparizione in un programma televisivo di alcuni mesi prima, in cui la voce era ferma e vibrante, i ragionamenti acuti e profondi, la vitalità intensa.
Tutta un'altra persona.
Tutta un'altra condizione.
Confrontando il video con il contenuto dell'intervista scritta, ho capito che l'anticipazione della morte fatta dal grande attore non è stata una premonizione, bensì una normale osservazione del suo stato. Si era accorto cioè che la sua condizione era precipitata nel volgere di pochi mesi.

Se si è attenti, ci si accorge che la morte è prossima.

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31 ottobre 2016

Resoconto degli ultimi due mesi di diario: settembre e ottobre 2016 (16-168)

Resoconto degli ultimi due mesi di diario (9 e 10 2016). (16-168)
Dopo più di mille pagine di diario, non riesco a gestire tutti i miei scritti.
Sono troppi.
E siccome non ho per ora l'intenzione di smettere, diventerà sempre più difficile in futuro.
Due anni fa ho provato a mettere degli indici annuali, ma mi sono fermato ai primi due anni; erano indici per argomento: non sono tanto utili.
Allora ho deciso di limitarmi a fare delle sintesi ogni due mesi.
Così, d'ora innanzi l'ultimo giorno di un bimestre scriverò un resoconto della trentina di pagine dei due mesi trascorsi. Comincio da oggi, ultimo giorno di ottobre.

Le pagine di questi due mesi (settembre e ottobre 2016) sono abbastanza omogenee: pochi sono gli argomenti generali.
Un buon numero di pagine riguardano il rapporto con i nipoti. Tema sempre più importante nella mia vita. L'ho trattato nelle pagine 16-136, 147, 155, 156, 157, 163. La presenza dei nipoti nella mia vita è importante perchè dà un senso alla mia vecchiaia, mi permette di trasmettere qualcosa di me alle nuove generazioni, scandisce anche il tempo che mi resta, riempie di un obiettivo inaspettato l'ultima parte dell'esistenza.
Un secondo nutrito blocco di pagine riguardano la mia attenzione per la vecchiaia più avanzata, la morte e il dopo morte: 16-135, 139, 146, 148, 149, 160, 162 , 166.
Poi vi sono le pagine che descrivono vari aspetti della vecchiaia, fisici e psichici: la stanchezza, la necessità del movimento, la saliva, la memoria, la facilità delle cadute. 
Ma anche il sentirsi estranei al modo che viene dopo di noi, oppure i giorni in cui si sta benissimo, o il tempo del pensionamento. Il tutto nelle pagine: 16-137, 138, 140, 141, 142, 143, 151, 152, 167.
Infine vi sono numerose pagine su questioni più profonde: l'eliminazione del superfluo, il puntare all'essenziale nella vita che mi rimane, la progressiva perdita di interesse per passioni che hanno attraversato la mia vita, la solitudine, la spiritualità.
Alle pagine: 16-145, 150, 154, 158, 159, 161, 164, 165.
Questo è quanto.

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30 ottobre 2016

In pensione (16-167)

In pensione. (16-167)
Nella mia vita ho smesso di lavorare due volte.
La prima ero ancora giovane. Vecchie leggi del mio paese consentivano di andare in pensione, anche con un numero limitato di anni di lavoro. La pensione era ovviamente molto bassa e pertanto fui costretto a cercarmi altri lavori, per dotarmi di un reddito sufficiente a vivere.
Ricordo che nei primi anni avevo una sorta di ansia di scovare lavori, occupazioni. 
Giustificata dal fatto che avevo una famiglia che dovevo mantenere.
Ma vi era di più: un bisogno di occupare il mio tempo. Non mi andava di restare senza far niente, o meglio limitarmi a leggere, ascoltare musica o altri svaghi.
Poi ho trovato un altro lavoro, part time.
Da questo mi sono ritirato qualche mese fa.
A differenza della prima volta, non sento il bisogno di cercare altro da fare (e sì che economicamente qualche ragione l'avrei).
Questa volta mi godo l'assenza di impegni lavorativi. Non mi mancano gli impegni, nel senso che ho quattro nipoti che mi attendono e di almeno due mi occupo (i più grandi).
Ma sono pago della vita di tutti i giorni. Fare la spesa, sbrigare qualche pratica amministrativa, uscire con la mia compagna. 
Solo adesso a settant'anni ho percepito che significa andare in pensione. Sono appagato dei lavori che ho fatto, non ho necessità di fare altro.
Soltanto quando si è lavorato a lungo si sente la necessità di un riposo (esistenziale).
Soltanto quando si è vissuto a lungo si sente il bisogno di finire.

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27 ottobre 2016

Vecchia zia (16-166)

Vecchia zia. (16-166)
Sono stato a far visita all'unica vecchia zia rimastami. 
Ha compiuto 93 anni.
La vedo un paio di volte all'anno e così posso fare dei confronti su come stia invecchiando.
L'ho trovata ancora lucida nel pensiero e stabile nei movimenti: riesce a salire le scale, sia pur reggendosi al corrimano (con la vigilanza di un familiare).
Però ho osservato che la pelle del volto si è fatta più aderente alle ossa del cranio, dandole un aspetto da defunta.
Un altro aspetto che mi è parso cambiato, negli ultimi mesi, è la valutazione della vita che sta conducendo. In altre occasioni aveva affermato di non potersi lamentare: abitava vicino al suo unico figlio, era vigilata da una badante, non aveva grosse malattie, nè era costretta su un letto. Si dichiarava sufficientemente soddisfatta.
Nell'ultimo incontro invece mi ha ripetuto più volte che la vita che sta facendo è povera.
"Alla mia età si fa una vita grama." mi ha detto.
É la prima volta che l'ho sentita esprimere un giudizio negativo, un'insoddisfazione per questa vita che continua senza soddisfazioni.
 
Forse si è pronti a morire quando ci si stanca di vivere.

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26 ottobre 2016

Spiritualità* (16-165)

Spiritualità.* (16-165)
Qualche tempo fa ho incontrato un giovane parente che sta raggiungendo l'età adulta (vedi 16-111 e 16-147).
Allora gli parlai fra l'altro anche di spiritualità. La sua reazione fu negativa, perchè aveva sentito odor di religione. Lo rassicurai: non intendevo far proseliti.
In quei giorni mi appuntai la parola spiritualità, come tema per il diario.
Passò del tempo, perchè non trovavo un nesso evidente con la vecchiaia.
Oggi mi è giunta la comprensione: il legame c'è ed è significativo.

Si suole dividere la vita fra corpo e psiche (nella cultura occidentale). È un modo piuttosto grezzo quello di separare le esperienze in due categorie così nette. Comunque si fa.
Nel termine psiche si infila un pò tutto quello che non è fisico.
Compresa la spiritualità, che meriterebbe un posto a sè.
Per spiritualità intendo ciò che ha a che fare coi valori, col significato del vivere e del morire, con la natura, con i rapporti con gli altri, con l'amore disinteressato, con la responsabilità ...
Nella vita giovane si è più legati ad aspetti materiali del vivere, piuttosto che a quelli spirituali. È con l'età avanzata che affiorano le altre tematiche. In vecchiaia gli aspetti materiali perdono importanza (tutto ciò soltanto in linea di massima, perchè vi sono giovani già portati alla spiritualità e vecchi solo attaccati ai beni materiali).
Diventando vecchi si aprono spazi maggiori per la presa di coscienza della spiritualità.
Anzi una vita lunga permette proprio questo: arriva un tempo in cui emergono istanze spirituali.
Purtroppo l'offerta di spiritualità della società passa solo attraverso le religioni.
E non sono rari quei vecchi che in tarda età diventano improvvisamente religiosi.
Non credo che sia per timore di un aldilà di premi e punizioni. 
Penso piuttosto che sia una risposta ad aneliti nuovi.

Un altro vantaggio nel diventare vecchi.
Si colma la conoscenza delle possibilità dell'animo umano.
In vecchiaia ci si può completare.


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23 ottobre 2016

Vecchi soli (16-164)

Vecchi soli. (16-164)
Ho scoperto che nei paraggi di casa mia vi sono due anziani, maschi, che vivono da soli, (ognuno per conto suo).
Non conosco vecchie sole, invece, vicino a casa. 
Un caso?
Nella retorica con cui si avvolge la vecchiaia, si fa un gran parlare della solitudine dei vecchi (maschi e femmine). Viene dipinta la solitudine come un male, al quale le persone di buon cuore rispondono facendo visita agli anziani soli.
Capisco la cosa se un anziano non è più autonomo. Allora sì, la solitudine è un problema, perchè certe faccende hanno bisogno di aiuto. Anche semplicemente preparare i pasti (e mille altre cose quotidiane).
Ma se un vecchio (autonomo) vive solo, che male c'è?
Eppure anch'io, quando penso ai due vecchi soli, miei vicini di casa, sono sfiorato da un'ombra di tristezza. Pago un tributo al sentire dominante, oppure nella solitudine della vecchiaia c'è qualcosa di malinconico?
Certo, l'uomo è animale sociale.
Ma in tarda età sono già morti molti coetanei, i familiari più stretti hanno già formato una loro famiglia.
Risultato: la solitudine è inevitabile.
Sembra far parte costitutiva dell'ultima età di vita.

A meno che ciò che scatena il soccorso delle persone caritatevoli non sia l'anziano solo, bensì il vecchio maschio solo.
I maschi sono visti come più deboli.
Soprattutto in vecchiaia.

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21 ottobre 2016

Virgilio (16-163)

Virgilio. (16-163)
Poeta latino, autore dell'Eneide.
Da qualche parte ha scritto: i nipoti coglieranno i tuoi frutti.
La frase sembra abbastanza ovvia. Ma, interpretandola, si rivela ricca di significati e profonda.
Per esempio: perchè non ha detto i figli coglieranno i tuoi frutti?
Sembrava a Virgilio che i frutti veri non fossero raccolti dai figli, se non nel senso dei frutti materiali.
I rapporti fra genitori e figli sono a volte conflittuali, c'è troppo coinvolgimento fra le due parti. 
I figli possono anche misconoscere il patrimonio complessivo dei padri, presi come sono dal fascino del patrimonio economico.
Ma i veri frutti dei nonni sono molto più che una casa, qualche soldo o altri beni.
Coi nipoti, i rapporti sono più distaccati, avvengono fra età che non possono essere antagoniste. Sono rapporti più liberi.
I nostri frutti sono la capacità d'affetto, sono il tempo (!), la trasmissione di valori, un patrimonio di saperi gratuiti, che noi nonni mettiamo a disposizione. Lo facciamo nella tarda maturità o più spesso nella vecchiaia. Un'età in cui ci siamo depurati, i frutti che arrivano sono più umani, più veri.
Solo i nipoti possono raccoglierli.
I nipoti sono fortunati ad avere dei nonni.
Colgono da loro le cose migliori.

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20 ottobre 2016

Gli ultimi giorni di Dario Fo (16-162)

Gli ultimi giorni di Dario Fo. (16-162) (20/10/16)
Quando muore un grande vecchio, lucido e appassionato della vita, ho desiderio di sapere come è morto. 
I suoi ultimi giorni. 
Spero sempre che abbia detto o fatto qualcosa di illuminante per tutti noi vecchi giovani (le altre età non sono interessate).
Era stato ricoverato in ospedale gli ultimi dodici giorni di vita, per insufficienza respiratoria. Prima però aveva presentato in conferenza stampa il suo ultimo libro (Darwin), il 20 settembre. Negli ultimi mesi aveva una frenesia di lavorare, di fare: come se volesse concludere.
Pare anche che il giorno (o i giorni) prima di essere ricoverato avesse cantato per ore. 
Sforzo inconcepibile per un vecchio della sua età.
Il medico che l'ha avuto in cura in ospedale ha riferito che è stato collaborativo e vigile fino all'ultimo giorno, anche se la difficoltà respiratoria lo faceva soffrire. È stato sedato nelle utlime ore di vita, quando la situazione si è aggravata.
Fino all'ultimo era interessato alla cronaca: si faceva leggere i giornali dai suoi collaboratori. Riferiscono che abbia detto: "Se mi capitasse qualcosa dite che ho fatto di tutto per campare!"
Subito dopo la morte, il figlio Iacopo ha detto: "Dario non c'è più, è stato un gran finale."

Gli ultimi giorni di vita sono importanti.

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