16 giugno 2021
Fine di una fase (21-068)
Fine di una fase. (21-068)
Fra circa un mese compirò 75 anni.
Finirà la prima fase della vecchiaia, quella da vecchio ancora giovane. Nei prossimi mesi farò un bilancio di questi primi dieci anni, mettendo insieme i fatti e le idee più particolari della vecchiaia di prima fascia: 65-75.
Non nascondo che mi piacerebbe raccogliere tutto in un libro, ma il tentativo, andato a vuoto, di pubblicarne un altro (sul cibo) mi trattiene dall'impresa.
I segnali che compaiono di stare per entrare in una seconda fase ci sono tutti.
Negli ultimi tempi è aumentato il numero di farmaci che assumo (per i muscoli, per la lucidità mentale, per la prostata, antinfiammatori, ricostruttori della guaina nervosa, vitamine eccetera: tutti prodotti erboristici, per carità, ma sono assunzioni di materiali estranei al cibo quotidiano).
È anche comparsa una malattia nuova, la depressione (così mi dicono gli altri, perchè io non me ne avvedo); sono apparse anche nuove forme di debolezza sia fisica, che psichica, che mentale.
Insomma un conto è avere 65 anni e un altro averne dieci di più.
Resto comunque curioso di vedere come sarà questa seconda fascia di vecchiaia.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
15 giugno 2021
Ma tu, sei vecchio? (21-067)
Ma tu, sei vecchio? (21-067)
Non è raro che mi si rivolga questa domanda.
Sempre da parte di bambini (sotto i sei anni), nipoti, ma più spesso estranei.
È una domanda strana. Mi viene rivolta con un senso di liberazione.
Ad essa rispondo con decisione in modo affermativo, mostrando i miei capelli bianchi nonchè la barba e "Come babbo natale!" aggiungo.
È come se i bambini facendomi la domanda e ascoltando la risposta, si liberassero da un tabù: è una domanda inopportuna, gli avranno detto in famiglia. Forse, fin da piccoli, gli si insegna che un vecchio non va chiamato vecchio, non gli si deve ricordare la sua età, si deve sorvolare sul fatto che abbia tanti anni. Al massimo si può chiamarlo anziano.
Curiosa educazione, quella che impedisce di dire la verità, ma di edulcorarla ipocritamente con un linguaggio falso.
Ma i bambini piccoli sono ancora poco malleabili alle menzogne e mi chiedono: " Ma tu sei vecchio?"
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
13 giugno 2021
Teste pensanti (21-066)
Teste pensanti. (21-066)
In una qualche recente intervista il politologo Gianfranco Pasquino ha affermato di non vedere all'orizzonte italiano teste pensanti.
Tutto ciò mi ha colpito, in primis, perchè ho un certo amor proprio per il mio paese; e poi anche perchè in verità qualche testa che pensa io la vedo.
Forse Pasquino si riferiva principalmente al piano politico: su ciò non ho elementi per poter giudicare l'affermazione.
Tuttavia anche in tale settore teste ve ne sono. Pur non condividendo a volte le sue idee, mi pare che Massimo Cacciari sia una di queste, così come Fabrizio Barca, già ministro. O anche lo storico Luciano Canfora, o Salvatore Settis storico dell'arte, o la giurista Lorenza Carlassare, o lo psicanalista Umberto Galimberti.
E potrei continuare a mostrare la mia scarsa cultura generale, infilando in una lista personaggi di diverso peso e settore, lista fondamentalmente disomogenea.
Devo dunque restringere il campo, alle questioni politiche che mi stanno a cuore: la giustizia sociale, il ripianamento dei debiti verso i paesi colonizzati, la produzione di cibo, l'ecologia, i cambiamenti climatici.
In tale confuso elenco di campi differenti mi permetto di segnalare il botanico Stefano Mancuso (quello che sta rivalutando l'intelligenza vegetale), Piero Bevilacqua e Renata Alleva (fra gli autori del magnifico manifesto "Cibo per la salute", edizioni Terra nuova).
E ancora Paolo Cacciari, Nicoletta Dentico, Roberto Mancini, Roberto Burlando, Tomaso Montanari.
Insomma, tutti autori che criticano lo stato della società attuale e soprattutto indicano vie d'uscita.
Sono vecchio, ma sono contento che la società alla quale appartengo, anche quando non ci sarò più, avrà delle teste pensanti.
Magari in un senso diverso da quello al quale alludeva il prof. Pasquino.
Ma comunque pensanti in proprio, senza uniformarsi al pensiero unico.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
10 giugno 2021
Pensiero unico (21-065)
Pensiero unico. (21-065)
Si usa spesso questa locuzione per indicare la prevalenza delle teorie economiche liberiste in ogni dibattito politico, anche di sinistra (moderata).
In questo momento tutti si attendono che la pandemia si esaurisca per poter ricominciare a produrre come prima. Si spera tutti che il pil ricominci a crescere. Soprattutto si lascia intendere che soltanto in tal modo la società migliorerà.
Anche Draghi, dicendosi contrario all'introduzione di una tassa sulle eredità superiori a 5 milioni di €, perchè non è il momento di introdurre nuove tasse, usa il pensiero unico: non si deve tassare di più il capitale, altrimenti non produrrà nuova ricchezza della quale se ne avvanteggeranno anche i poveri (!).
Ma la categoria del pensiero unico si è conquistata spazi ben maggiori in altri ambiti, soprattutto negli ultimi mesi.
Così da mesi si continua a bombardare l'opinione pubblica sulla necessità di vaccinarsi, considerando (acriticamente) che l'unica via d'uscita da una pandemia sia la vaccinazione (si tace naturalmente sulla necessità che poi tutta la popolazione mondiale sarà costretta a vaccinarsi ogni anno, per sempre).
Recentemente si è visto il pensiero unico nell'equiparazione dei palestinesi a terroristi e nel giudizio sugli israeliani come buoni e democratici: tutti i mass media durante l'ultima guerra hanno espresso solidarietà a Israele per i 10 civili uccisi dai razzi di Hamas. Peccato che nella striscia di Gaza di morti ve ne siano stati oltre 200, dei quali un terzo bambini.
Altra applicazione la si vede nella scienza, o meglio nello scientismo con cui si affrontano i vari problemi: si dà per scontato che la posizione riduzionista della Grande Scienza di stampo anglosassone sia l'unica possibile.
Così anche nell'uso spregiudicato (ed errato) della statistica per convincere la popolazione a vaccinarsi: si dice che la probabilità di morire da vaccino è molto maggiore di quella di morire per covid, e quindi meglio vaccinarsi. Non si dice però che, non conoscendosi il motivo reale per cui uno muore di vaccino, nel momento in cui ci si vaccina si ha il 50% di probabilità di esserne vittima e non lo 0,0000....
Insomma è un trionfo di pensieri acritici quello che sta attraversando la società (mi limito all'Italia, di altri paesi so poco). Anzi ogni critica è subito bollata di terra-piattismo, se non di collusione col nemico (il virus).
Da vecchio qual sono lancio un anatema:
"Guai a quella società in cui la critica viene messa all'angolo!"
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
06 giugno 2021
Nonni (21-064)
Nonni. (21-064)
Coi miei quattro nipoti ho una confidenza invidiabile.
In caso di difficoltà si gettano fra le mie braccia come in un porto sicuro.
Anch'io ho avuto dei nonni. Morti ormai più di 40 anni fa.
Che rapporto avevo con loro?
Coi due nonni maschi, giocavo a carte, ascoltavo i loro racconti, mi accompagnavano a fare giri in bicicletta, mi accompagnavano a scuola. Volevo loro bene, ma non avevo confidenza.
Con una delle due nonne invece ho convissuto per 10 anni. Mi preparava da mangiare, mi chiamava quando era l'ora di fare i compiti. Talvolta andavamo al cinema. Eppure non avevo un gran trasporto nei suoi confronti: svolgeva servizi, più che manifestarmi affetto.
Tutt'altra storia con la mia nonna materna. La confidenza era alta, sapevo che potevo contare su di lei. Quando d'estate stavo un mese nella casa di mio cugino, di mattina ci faceva sempre trovare una colazione gustosa, che ci preparava prima di recarsi a far compere (abitava di fianco alla casa degli zii). Talvolta dormivamo da lei. Era la nonna che in un periodo difficile della mia famiglia, quando ero molto piccolo, mi aveva accolto in casa sua, per qualche mese, mentre mia madre era lontana a finire un suo lavoro.
Nella sotanza, era una nonna affettuosa.
I nonni sono molto importanti per i nipoti. Ma bisogna che ci mettano qualcosa in più dell'assistenza (di bambini piccoli). Devono metterci un pò d'anima. Devono stabilire un rapporto, una relazione.
Anche se per la loro età a volte ciò costa fatica.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
31 maggio 2021
Descrizioni (21-063)
Descrizioni. (21-063)
Ho trovato una magnifica descrizione di una vecchia, nell'ultimo capitolo del racconto lungo "La garibaldina" (1950) di Elio Vittorini. La trascrivo sotto.
"Circondata dai mietitori che continuavano a cantilenare e dondolarsi, la signora cavalcò in direzione della piazza. Era una vecchia signora decisamente tale, infagottata in panni da uomo, con in testa un piccolo cappello dal lungo velo, con le grosse guance flosce, con una nera stanchezza intorno agli occhi, e spettinata, trascurata anche se coperta di monili, ma meravigliosa proprio per questo che accettava di essere e non cercava in alcun modo di non essere, vecchia, al di là da ogni cosa che si possa avere quando si è giovani, e tuttavia non al di là di ogni cosa della vita. Chiamo il suo Don Carlos [il cane], gli fischiò, e si girava a guardare dove fosse finchè lo vide col bersagliere che seguiva il corteo da poco più indietro.
'Ehi Fortunato' gridò al bersagliere.
Egli aveva gli occhi che splendevano. La stava vedendo, nel suo velo grigio, non diversamente suggestiva di una fanciulla. E proprio per la sua vecchiaia, non per un residuo di gioventù.
Era vecchia, alla luce del giorno, assai più di quanto il bersagliere avesse potuto credere nella notte [...]. Ma viva, della sua vecchiaia, allo stesso modo che una fanciulla può esserlo mentre, per esempio, vada a nozze."
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
26 maggio 2021
Sono arrivato anch'io (21-062)
Sono arrivato anch'io. (21-062)
Ci sono arrivato anch'io, alla vecchiaia piena.
Ho scritto lo stesso quando ho compiuto settant'anni. Ma ora che sono a 75 la vecchiaia la vivo in pieno. E anche gli altri se n'accorgono.
Lo capisco quando qualcuno mi dice che sono depresso, oppure quando notano che mi sono ingobbito e mi invitano a star più diritto, oppure durante un colloquio, quando dimentico qualcosa di importante e di ovvio, o ancora quando non riesco più agevolmente a infilare una chiave nel portachiavi.
Ho incontrato un conoscente che non vedevo da almeno un anno. Ci siamo scambiati notizie sui rispettivi cani (siamo "compagni di cani") e poi sulle rispettive famiglie. Volevo chiedergli della moglie, ma ne avevo dimenticato il nome! Sono ricorso a un generico "tua moglie" che mai avevo usato in altre circostante.
Sono certo che l'ha notato.
Sono certo che parlandone coi suoi familiari avrà detto:
"Holgar sta perdendo colpi, è invecchiato."
Ed è vero.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
25 maggio 2021
L'informazione sui vaccini, l'informazione sulla Palestina (21-061)
L'informazione sui vaccini, l'informazione sulla Palestina. (21-061)
Il figlio maggiore della mia compagna fa il giornalista, a Berlino. Una volta all'anno viene a trovarci e stiamo qualche giorno insieme.
Spesso ci chiede: "Ma voi da dove traete le informazioni su ciò che accade nel mondo e in Italia?"
Un poco imbarazzato io gli rispondo: "Dalla tv, dai giornali locali."
Al che lui ribatte con un sorriso, e conclude: "Non troverete mai, su quei mezzi, informazioni veritiere, ma sempre manipolate!"
Sapevo che l'informazione è manipolata, ma pensavo che lo fosse poco e che comunque il grosso di una notizia passasse anche nei mezzi di comunicazione a cui accennavo.
Mi sbagliavo.
Ne ho avuto conferma piena nel caso delle vaccinazioni anticovid e nel caso degli ultimi bombardamenti israeliani su Gaza.
Sono mesi che giornali e tv ci asfissiano sulla necessità di vaccinarci, sulla sicurezza dei vaccini, sul fatto che i vaccini siano l'unica arma contro la pandemia. Talvolta hanno dato qualche notizia su alcuni che non vogliono vaccinarsi, trattati per lo meno da dementi.
Oggi scopro che il 10% del personale sanitario non intende vaccinarsi.
Ma come, sono proprio gli addetti ai lavori che non intendono farlo? E in una significativa percentuale? Proprio coloro nelle cui mani diamo la nostra salute? Perchè allora nessuna trasmissione accoglie il parere di tali esperti che invece non intendono vaccinarsi?
Evidentemente perchè dietro le informazioni vi è un disegno: bisogna vaccinare tutti, non importa se poi vi saranno effetti collaterali (cioè morti e invalidi da vaccino).
Cioè non siamo informati, bensì attraverso l'informazione, finta neutrale, in realtà si tenta di spingerci a un convincimento (per il bene della società, si dirà!).
Da una settimana è cominciata una ribellione di arabi israeliani contro l'occupazione e l'esproprio delle loro case. Alle loro manifestazioni inermi ha dato appoggio Hamas, che governa la striscia di Gaza (con regolari votazioni democratiche), col lancio di centinaia di razzi su Israele, che hanno causato una decina di vittime, fra le quali due bambini.
Lo stato d'Israele ha risposto con una settimana di bombardamenti sulla striscia di Gaza. Questi hanno colpito abitazioni civili, ospedali, scuole, campi profughi (e sedi di emittenti televisive), causando più di duecento morti, fra i quali sessanta bambini.
Il cordoglio e la solidarietà della politica e dei mezzi di comunicazione verso gli israeliani è stato immediato e unanime. Solo successivamente qualcuno ha cominciato (almeno) a comunicare gli esiti di quei bombardamenti sulla popolazione civile, commentando sempre che Israele ha il diritto di difendersi e che chi lancia razzi su Israele è un terrorista.
Perchè questa evidente diversità di giudizio?
Perchè i bambini israeliani uccisi valgono di più dei bambini palestinesi uccisi?
Perchè televisoni e giornali invece di informarci, vogliono far passare un giudizio (positivo su Israele e negativo sui palestinesi)?
Nel caso dei vaccini vi è un (supposto) interesse nazionale per nascondere la realtà e dare informazioni tendenziose (per un bene superiore, si dirà!).
Ma nel caso dei palestinesi?
Qual è il bene superiore sull'altare del quale si sacrifica la verità dei fatti?
Quali interessi vi sono per nascondere la realtà?
(significativo il bombardamento del palazzo di Al Jazira: un'emittente televisiva non filo israeliana!)
Sono arrivato a 75 anni per capire a fondo che l'informazione non si trova su giornali e tv.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
24 maggio 2021
Piccoli progetti quotidiani (21-060)
Piccoli progetti. (21-060)
Quando di mattina mi alzo dal letto, penso sempre a che cosa debbo fare durante la giornata.
In genere si tratta di cose modeste: andare dal gommista per una revisione degli pneumatici, aggiornare le impegnative per le visite mediche, inviare al mio amico del materiale sulle camminate che abbiamo fatto nei vent'anni passati, decidermi ad aggiustare il giradischi, eccetera.
Sapere che ho qualcosa da fare mi rasserena, dà un senso alla mia giornata. Non importa che ciò che debbo fare sia di scarso rilievo, basta avere qualcosa da fare.
Aver sempre qualcosa da fare, distoglie dal pensiero della fine, che a 75 anni comincia ad essere abbastanza vicina. Permette di vivere in pienezza anche gli ultimi anni di vita.
È la traduzione moderna del dono di Prometeo all'uomo: la cecità rispetto alla propria morte (secondo il mito greco).
Se poi il progetto è più importante, i suoi effetti durano a lungo nel tempo.
Per esempio, sto decidendo di dotare il mio appartamento di un ascensore, per evitare di passare recluso in casa gli ultimi anni, che, inevitabilmente, vedranno una ridotta capacità di camminare (e soprattutto di salire le scale: abito al terzo piano). Nel mio caso poi questo progetto dovrà essere affiancato da un finanziamento, da restituire in cinque-dieci anni: un debito per gli anni a venire.
E, come si dice, i debiti mantengono in vita.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
23 maggio 2021
La lingua italiana (21-059)
La lingua italiana. (21-059)
Sono italiano, tengo alla mia lingua.
So che una lingua è cosa viva, che si modifica continuamente, che si lascia contaminare da termini di altre lingue. Ciononostante preferirei che al posto di termini stranieri si usassero loro traduzioni in italiano. E comunque che le parole esogene fossero prevalentemente di lingue affini, come il francese o lo spagnolo e non termini di un'unica altra lingua, quella che è dominante economicamente (e che lo diventa anche culturalmente).
Troppi giri di parole per dire che non sopporto più l'invadenza di parole inglesi quando i termini corrispondenti italiani sono già pronti e facili.
Per esempio in questi tempi di pandemia si utilizza il termine hub per indicare un centro vaccinale. Quale il vantaggio di usare una parola inglese per indicare centro? Il vantaggio è di risparmiare lettere e suoni, perchè la lingua inglese è prevalentemente monosillabica, mentre le parole italiane sono più lunghe.
Abbiamo veramente bisogno di risparmiare tempo, in una comunicazione, col risultato di farla diventare più oscura?
Metto sotto accusa due categorie: i giornalisti e i pubblicitari. Sono loro che abusano di termini inglesi. Perchè? Una comunicazione diventa più chiara con un termine inglese? Penso proprio di no, visto che la propensione degli italiani verso l'apprendimento di lingue straniere è bassa. Penso che sotto sotto vi sia una certa pigrizia nel cercare una buona traduzione. Ma che vi sia anche il pensiero che il messaggio diventi più prestigioso usando termini della cultura dominante, che è quella inglese.
Scarsa opinione degli italiani lettori o ascoltatori, scarsa attenzione alla comprensione del messaggio.
Che la cosa sfiori il ridicolo lo si può notare perfino su come si pronunciano termini inglesi, ma di provenienza latina come per esempio media, che i più pronunciano midia!
L'insofferenza per l'abuso di termini inglesi non è solo mia: ho scoperto che numerosi miei coetanei (vecchi dunque!) sono nauseati da tale invadenza.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
21 maggio 2021
Verde brillante, libro di Stefano Mancuso (21-058)
Verde brillante, libro di Stefano Mancuso. (21-058)
Qualche tempo fa avevo scritto che la vecchiaia è utile per colmare le proprie lacune culturali. Cioè una vita lunga permette di leggere opere importanti della propria epoca, che in gioventù ci erano sfuggite, sia per le urgenze di vita presenti nei primi decenni di esistenza, sia perchè all'inizio della vita non si ha chiaro quali siano le letture importanti e quali no.
In questi dieci anni di vecchiaia ho spesso scritto che mi piace camminare in montagna. Ma l'anno scorso per la prima volta ne ho patito la fatica, al punto da decidere di non fare più escursioni. Eppure mi mancano. E ho capito che cosa principalmente mi manca: l'immersione nel verde, nei boschi, in un ambiente sostanzialmente solo vegetale (che è curativo).
È da qualche tempo che i vegetali sono sempre più presenti nella mia vita. Prima come boschi, poi come alimenti, poi come benessere. E così sono incappato nel libro Plant Revolution (ma è scritto in italiano!) di Stefano Mancuso, testo rivoluzionario (e soprattutto sontuoso per la quantità e qualità del materiale fotografico).
Ma il testo più importante dell'autore è Verde Brillante (2013), breve libretto che porta alla nostra attenzione le straordinarie capacità del mondo vegetale: possiedono una vera e propria intelligenza, anche se diversa da quella animale, perchè non sono dotate di un organo come il cervello situato in un preciso punto dell'individuo, bensì hanno organi diffusi in tutta la pianta.
Ecco, Verde Brillante è uno di quei libri che rappresentano pietre miliari di un secolo. Cambia completamente la prospettiva dalla quale osserviamo e comprendiamo il mondo. Se il novecento si è contraddistinto per la ricollocazione dell'essere umano entro il mondo animale, senza pretese di esserne il leader, il XXI secolo sta manifestando un'altra colossale idea: il mondo animale è piccola cosa entro un mondo sostanzialmente vegetale.
Libro che è assolutamente necessario leggere.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
20 maggio 2021
Lontano lontano, film di Gianni Di Gregorio (21-057)
Lontano lontano, film di Gianni Di Gregorio. (21-057)
Ero stato entusiasta del suo primo film, Pranzo di ferragosto, e lo sono di quest'ultimo, Lontano lontano.
Nel primo vi era la storia del ferragosto di quattro donne anziane a casa del figlio di una di queste. Storia di situazioni semplici, sentimenti semplici, personaggi semplici. Eppure niente di banale. Storie di tutti i giorni, trattate con una finezza impareggiabile. Non saprei dire che cosa c'era di bello in quel film, ma era un piccolo capolavoro. E si trattava sostanzialmente di vecchiaia (al femminile).
In Lontano lontano, vi sono invece tre uomini vecchi e le loro storie.
Nulla di straordinario, ma situazioni, speranze, discorsi, sentimenti quotidiani della vita di tre vecchi sulla settantina. La loro descrizione è accurata e profonda. Impagabile la lunga sequenza di uno di essi mentre procede in un vicolo, un pò malfermo sulle gambe (un bicchiere di troppo) e un pò indeciso. Di Gregorio racconta la vita normale, forse anche banale, ma il suo occhio non è mai giudicante, anzi è fondamentalmente affettuoso verso un'umanità un poco dolente, un poco illusa, un poco egocentrica. Che però sa distinguere le cose fondamentali: l'importanza degli affetti, del giro di conoscenze e amicizie e dei bisogni di chi ci incrocia ed è in grave difficoltà.
Perfetto.
(Ho letto in una recensione che si tratta di un film sulla romanità, su trastevere: mi spiace non è così, si tratta di un film sulla vecchiaia.)
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
16 maggio 2021
Indignarsi ancora? (21-056)
Indignarsi ancora? (21-056)
La pagina di ieri era colma d'indignazione per le stragi di palestinesi ad opera del governo israeliano. La situazione era (è) così grave che mi ha spinto a partecipare alla manifestazione della mia città in solidarietà del popolo palestinese.
Mi si potrà dire: "Il mondo va così, perchè ti ostini a ribellarti?"
Non posso farci niente: le ingiustizie continuano a muovermi l'animo.
E ancora mi fanno agire: attraverso il boicottaggio dei prodotti israeliani, la partecipazione a manifestazioni, l'informazione alternativa (e l'adozione a distanza di una bimba palestinese sordomuta).
Nonostante abbia ormai 75 anni sono ancora spinto a far qualcosa per questo mondo.
Fino a quando?
Non lo so.
Temo che con l'avanzare dell'età qualcosa la perderò. Forse non parteciperò più alle manifestazioni. Forse anche l'indignazione si affievolirà: la vecchiaia avanzata è diversa dall'età che sto vivendo.
Vorrei comunque che avvenisse molto tardi.
Vorrei conservare la capacità di indignarmi fino all'ultimo giorno di vita.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
15 maggio 2021
Palestinesi (21-055)
Palestinesi. (21-055)
C'è stato un momento, dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel quale la parola ebreo era sinonimo di popolo perseguitato, martoriato, frantumato. Ancora oggi vedendo i campi di sterminio di Germania, Polonia e Italia (!) non si può che provare un indicibile senso di pietà per i milioni di persone (ebrei, zingari, oppositori politici) che là sono stati sterminati.
Oggi la stragrande maggioranza dei sopravvissuti è morta. È nato un nuovo stato ebraico, retto da generazioni successive a quelle perseguitate da nazisti e fascisti, generazioni che nulla hanno patito degli orrori dello sterminio.
Oggi la parola ebreo si identifica con israeliano: e gli israeliani sono diventati i nuovi aguzzini, persecutori, massacratori di un altro popolo, i palestinesi. Sembra che le immense sofferenze dei loro padri e nonni non abbiano fatto maturare la benchè minima pietà verso altre genti. Con l'aiuto delle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale si sono insediati in una terra non loro, scacciandone gli abitanti, privandoli di diritti e dignità, di spazio vitale, confinandoli in un'immensa prigione a cielo aperto, qual è la striscia di Gaza.
Rifiutando perfino di far giungere loro le dosi di vaccino regalate loro da altri.
Quale persona ragionevole può pensare che si possa privare della libertà qualcuno, allontanarlo dalle proprie terre, ridurlo alla fame, alla mancanza di acqua ed energia elettrica (e di dotazioni per ospedali), a lungo senza che qualcuno si ribelli?
In qualunque altro contesto il popolo che si ribella meriterebbe la simpatia del mondo intero. Nel caso dei palestinesi la parola che invece si usa è quella di terroristi (non dimentichiamo che i nostri partigiani venivano chiamati banditi dagli occupanti nazisti).
Invece bisognerebbe usare le categorie storicamente appropriate di occupanti e occupati, di razzismo e apartheid.
Per tutto questo dichiaro la mia assoluta, intransigente, totale solidarietà verso i palestinesi.
Una nota aggiuntiva.
Vivo in Italia e al primo lancio di razzi da Gaza su Israele, al quale è stato risposto con missili sui civili di Gaza da parte degli israeliani, è stato tutto un fiorire di solidarietà per i morti e i feriti israeliani, da parte di partiti, giornali e televisioni.
Ma a nessuno di costoro è venuto almeno il dubbio di contare i morti da una parte e dall'altra? Cioè a valutare la reazione degli israeliani come sproporzionata, visto che i morti palestinesi sono stati ben più che nel rapporto di 10 a 1 di nazista memoria?
Si è invece dato credito alle fonti israeliane che parlano di uccisioni di militanti di Hamas e non dei civili e dei bambini. Oppure che dicono che i palestinesi appositamente tengono le loro basi in mezzo ai civili, per farsene scudo umano, per poi indicare gli israeliani come assassini perchè uccidono bambini.
Questo fiorire di unilateralità nei giudizi a chi giova? A chi giova negare la realtà di fatto: stragi di un popolo su un altro? Occupazioni di terre di un popolo da parte di un altro?
Anche il linguaggio usato dai reportage televisivi nei primi momenti è stato indicativo.
La cacciata di alcune famiglie di palestinesi dalle loro terre in Israele (cosa che ha innescato ribellioni, in molte città, di arabi israeliani) è stata definita "sfratto" come se i palestinesi fossero affittuari morosi invece che proprietari legittimi di terre e case.
A chi giova questa sistematica negazione della realtà da parte di stampa e televisioni?
Chi li paga?
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
14 maggio 2021
L'ultimo lavoro (21-054)
L'ultimo lavoro. (21-054)
Sono circa 3-4 anni da quando ho smesso di lavorare.
In realtà mi sono tenuto un piccolo lavoro annuale di poche ore di insegnamento presso una scuola privata di naturopatia. Si tratta di 24 ore annuali soltanto, suddivise in otto incontri, una-due volte al mese. È un modo per continuare a trasmettere a qualcuno quel che ho imparato, per evitare che tutto il mio sapere vada sprecato.
Quest'anno, data la pandemia, ho svolto metà degli incontri a distanza, con scarsa efficacia, scarsa soddisfazione e indefinibile disagio.
Martedì scorso invece sono ripresi gli insegnamenti dal vivo. Ero felice. Per di più dovevo affrontare un tema che è il mio cavallo di battaglia: l'agricoltura biologica. L'incontro è andato molto bene. Avevo un buon supporto di immagini da mostrare e sono riuscito a far stare tutti i concetti entro le tre ore dell'incontro. Un successo. E soddisfazione da parte degli utenti.
Certo, si tratta di uno sforzo considerevole svolgere tre ore di insegnamento, per di più in ore serali: ebbene, mai come in quest'incontro ne ho sentito il peso. Al termine ero esausto. E sì che durante questa lezione non mi è successo di perdere il filo del discorso o di scordare qualche nome importante o di smarrire la linea logica del tema.
Avevo semplicemente esaurito tutte le energie.
Dopo la fine mi sono chiesto se voglio ancora ridurmi uno straccio per fare queste lezioni. E mi sono risposto di no.
Al direttore della scuola, che ho visto subito dopo, ho detto che cominci a pensare a un mio sostituto per i prossimi anni.
Da vecchi, arriva un momento in cui non ce la si fa più.
(Per comunicazioni private: holgar.pd@gmail.com)
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