18 ottobre 2013

Per anziani (377)

Per anziani. (377)
“Centro diurno per anziani”, ho letto sul portone di un palazzo. Che cosa sarà?
Non può essere una casa di riposo, perché ci si sta soltanto di giorno.
Non è un day hospital, perché non sembrava una centro medico.
Mi sono figurato che sia una struttura di accoglienza per anziani poco auto-sufficienti.
Di giorno nessuno li può accudire, perché i familiari lavorano. Pertanto sono alloggiati in una struttura in cui ricevono assistenza. Ricevono i pasti, qualche trattamento medico o infermieristico, un po’ di compagnia. Una specie di asilo per vecchi, invece che per bambini.
Invece di stare a casa da soli, sono prelevati dall’asilo di mattina presto e riaccompagnati a casa la sera. Per tornare in famiglia.
Se un centro così c’è davvero, mi sembra una cosa buona. Spero solo che sia integrata da qualche attività interessante, tipo: musica, lettura e commento di giornali, racconto dei propri ricordi. Che non sia la solita televisione, a farla da padrone.
Mi piace, se è un centro in cui gli anziani stanno con altri anziani. Si confrontano. Possono aiutarsi.
Mi voglio informare.
Sono curioso.

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17 ottobre 2013

Per quanto tempo? (376)

Per quanto tempo? (376)
In condominio ci sono due famiglie con lo stesso cognome. Una è una coppia di anziani di terza fascia, ottantacinquenni. A volte il postino fa confusione. Stamane ho visto che al cognome della cassetta delle lettere, i miei vicini anziani hanno aggiunto il nome di lui. Così il postino non si può sbagliare.
Il nome è stato aggiunto a penna. In modo sbrigativo. Poco curato. Il nome sbiadirà nel giro di pochi mesi. Un lavoro fatto male, mi sono detto. Poi ho riflettuto. Alla loro età si è ancora interessati a far lavori per bene? Lavori che durino nel tempo?
Quando la speranza di vita scende sotto i dieci/venti anni o addirittura sotto i cinque, qualcosa cambia. Si perde l’interesse per progetti a lungo termine, proprio perché il termine … non è più lungo.
Si perde anche interesse perché qualcosa duri nel tempo. Si conservi per anni. 

Si finisce prima, dunque che scopo abbiamo per ipotecare gli anni futuri in cui non ci saremo più?
Quando ero giovane frequentavo dei gruppi di spiritualità laica che si rifacevano al movimento della new age americana. Una delle indicazioni che emersero fu la seguente: “Vivi come se fra sei mesi dovessi morire.” Allora era quasi un gioco psicologico.
Dopo una certa età è assoluta verità.

Per quanto tempo, dunque, devono durare le cose che facciamo?

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15 ottobre 2013

Radon (375)

Radon. (375)
Mia figlia ha comprato casa, di recente. Una bella casa, fatta con materiali innovativi. Materiali certificati per l’assenza di radiazioni.
Radiazioni? Sì, radiazioni ionizzanti. Ci siamo informati. Sono radiazioni che provengono dal sottosuolo. Causate da un gas chiamato radon. Radiazioni pericolose. Provocano il cancro. Sono la seconda causa di morte per tumore al polmone, dopo il fumo. Sono presenti dappertutto. In qualche zona di più, in altre di meno.
La regione dove abito ha fatto un’indagine su tutto il territorio. Ha scoperto le zone in cui ve ne sono di più. Soprattutto zone che hanno un sottosuolo di origine vulcanica. La pianura ne ha poche. Alcune colline e montagne di più.
Sembra che non ci sia da scherzare. I morti per radon (causati direttamente dal radon) nella mia regione sono alcune centinaia all‘anno, su una popolazione di quattro milioni di abitanti.
Il dato più significativo è che il radon si accumula soprattutto in cantine, garage, seminterrati, taverne. Insomma primi piani delle case, o piani sottoterra.
Mi è venuto in mente che spesso noi anziani facciamo piccoli lavori proprio in cantina o garage.
E’ pericoloso. Si tratta di radiazioni nucleari. Gli atomi che le emettono si fissano nei polmoni e fanno danno. Se uno fuma, il pericolo è moltiplicato per dieci.
Che fare?
Bisognerebbe fare delle misure. Ma è complicato. Allora, precauzione.
Se si sta del tempo in cantina bisogna aerare molto. Non bisogna dormire nelle taverne o nei seminterrati. Anche i primi piani vanno aerati di frequente.
Soprattutto bisogna smettere di fumare.

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14 ottobre 2013

Domande (374)

Domande. (374)
Un vicino di casa, anziano, è morto in questi giorni. Ne ho visto la locandina funebre affissa a un palo della luce. Probabilmente viveva in una casa di riposo, perché non lo vedevo più da tempo. Le ultime volte che l’ho incontrato era molto pallido e si muoveva a fatica. Un crollo, rispetto alla sua vivacità di un tempo. 

Aveva 78 anni. Relativamente giovane. Comunque non vecchissimo. Non è stata una morte prematura. Morire a ottant’anni (circa) ci sta. Nessuno si scandalizza.
Mi son fatto una domanda: perché c’è chi muore a settanta e chi a novanta? Vent’anni in più non sono pochi. Certo, la genetica. Ognuno ha il suo patrimonio genetico che lo fa finire prima o dopo. Ma vent’anni in più o in meno sono tanti.
Allora? Le malattie? Probabilmente sì.
In un vecchio malattie e vecchiaia si confondono. Cioè si dà per scontato che le malattie siano la normalità della vecchiaia. Per cui uno può morire di vecchiaia o di malattie. È lo stesso.
È proprio così? Un corpo vecchio, penso, ha meno difese. Le malattie lo aggrediscono  di più.
È vero?
Ho un’altra idea, invece. La genetica conta. Ma lo stile di vita conta. Per stile di vita intendo tutto quello che facciamo entrare nel corpo e lo intossica. Per esempio, l’alcol. Per esempio, il fumo.
O il cibo. O le radiazioni del telefono cellulare.
Dovremmo essere molto più cauti con le nostre abitudini, visto che da vecchi le difese sono ridotte. Proprio perché in vecchiaia le difese si riducono, dovremmo ridurre di conseguenza le intossicazioni.

Lo stile di vita conta molto, per una vecchiaia sana.

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13 ottobre 2013

Carezze (373)

Carezze. (373) 
“Non ci accarezziamo più.” Costatazione di mia moglie. Forse anche rimprovero. Ha ragione. Me l’ero già detto da solo (vedi n. 131 e 211). Anzi mi ero raccomandato di non far mai mancare questo aspetto nella vita di coppia. E invece non ho più fatto niente. C’è la stanchezza serale, c’è che di mattino mi alzo presto, c’è che gli ormoni sono molto calati. Scuse. So che è necessario. E non lo faccio. L’intimità è importante. Le carezze ne sono il mezzo. L’accordo nei pensieri, le convergenze nei valori sono fondamentali, fra coniugi vecchi. Ma manca qualcosa. Il fisico. Il corpo. Siamo anche corpo. Soprattutto nelle fasi iniziali della vecchiaia. In età molto avanzata forse non sarà più così. Non so. Certo che alla mia età (67 anni) il corpo c’è ancora. E va rispettato.
Bisogna programmare, se la spontaneità non è aiutata dal desiderio. Bisogna impegnarsi un poco.
È il minimo, per l’affetto che c’è stato e che c’è con la nostra compagna di una vita.
Lo dobbiamo anche a noi stessi.

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12 ottobre 2013

Vecchi professori (372)

Vecchi professori. (372)
I giovani chiamano vecchi professori, quelli degli anni precedenti. Non c’entra la vecchiaia. C’entra che sono passati (altra classe, altra scuola).
A volte ne incontro qualcuno, dei miei vecchi insegnanti. Sono vecchio io, sono vecchissimi loro. Li guardo e vedo solo immagini di vecchiaia avanzata. 
A un incontro pubblico ne ho rivisto uno, che era stato molto severo con me. Ho anche fatto una domanda al relatore, che l’ha girata al mio vecchio professore. Ha risposto. E ha sbagliato. O meglio non sapeva rispondere. Non ho visto in lui severità, autorità, serio cipiglio. Tutto quello che da ragazzo me lo faceva temere. Ho visto fragilità, inclinazione a sbagliare, debolezza.
Sarebbe bene saperlo, durante la mezza età. Che si perde tutto, qualche decennio più tardi.
Da vecchi si perdono tutte le sovrastrutture. Chi si ostina a mantenerle, appare ridicolo.
La vecchiaia ci spoglia di tutto quello (di esteriore) che ci siamo costruiti in anni e anni di vita. Ci toglie la divisa.
Da vecchi restiamo nudi.
Soli con la nostra umanità.

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11 ottobre 2013

Cose da fare (371)

Cose da fare. (371)
Ho alle spalle almeno 50-60 anni di vita consapevole. 

Ricordo bene certe sensazioni della mia gioventù. Per esempio il senso di leggero smarrimento, di vuoto, che mi prendeva alla fine di un anno scolastico. O dopo un esame. 
Non avevo più niente da fare. Mi riposavo, sì, ma la mancanza di progetti mi dava malessere. Mi sembrava che il futuro fosse deserto.
Ci sono momenti, da vecchio, in cui mi sembra di rivivere quelle sensazioni. È quando non ho qualcosa da fare. Certo, mi posso inventare un lavoro qualsiasi, o una lettura, o una musica. Ma è diverso. Quando non ho progetti da realizzare, mi sento vuoto. Possono essere cose semplicissime, banali, da dover fare. Anche soltanto fare la spesa. Eppure mi bastano.
I micro-progetti mi tengono occupato. Mi fanno vivere.
Mi viene in mente il mito di Prometeo (vedi n. 151 e 152). Il dono che fece agli uomini era quello di distogliere la loro mente dal pensiero della morte. Mi sembra che sia questo il significato del bisogno di fare qualcosa. Mi faccio assorbire da un progetto  e non penso ad altro. Eppure non è che il malessere mi derivi dal pensiero della morte. Mi deriva piuttosto dal non essere occupato. Dal non fare. Identifico il mio vivere col fare. Se non faccio sto male, cado in depressione.
Non c’entra la morte.
C’entra la mia idea di vita.
Tutto ciò ha a che fare con la vecchiaia?

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10 ottobre 2013

Farlo bene (370)

Farlo bene. (370)
Ieri sera, tornando dal parco coi cani, pensavo a quello che mi sarebbe piaciuto fare. Per esempio mettermi al computer e scrive una pagina di questo diario. O cominciare a leggere un nuovo libro. Poi mi sono ricordato di dover dare l’erba alla gatta. Ancora, c’era da sistemare il lavandino di cucina che era intasato. E preparare qualcosa per cena per mia moglie che stava lavorando. Insomma avevo molte cose da fare prima di fare ciò che mi piaceva fare. 

È allora che ho pensato: “Falle bene!”  Cioè: non considerarle impedimenti a ciò che ti piacerebbe fare. Non essere concentrato su quello che farai dopo. Sii concentrato su quello che stai facendo. Fallo bene.
Fare bene significa essere pienamente presenti. Non essere altrove con la testa. Stare lì dove si sta facendo qualcosa.
Fa parte dei compiti della vecchiaia. Fare bene quello che si fa. Non importa che cosa. Ma farlo bene. È il modo per dare importanza ai nostri minuti, alle nostre ore.
Al  tempo che ci resta.


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08 ottobre 2013

Sono curioso (369)

Sono curioso. (369)
Come tutti, ho conosciuto molta gente, nella mia vita. La maggior parte l’ho persa di vista. Saltuariamente re-incontro alcune persone che non vedo da vent’anni o più. Allora li osservo.
Di loro conservo l’immagine di gioventù, nella mia mente. Dell’età cioè in cui ci siamo conosciuti.
Mi stupisco quando vedo forti segnali di vecchiaia sui loro volti, nei loro corpi. Gli stessi che mostro io. Anche loro si stupiranno di me.
Sono curioso di vedere la vecchiaia in loro. Non per compiacermi (non per consolarmi, dicendomi: mal comune mezzo gaudio). Non per fare confronti. Bensì per sapere come invecchiano. È suggestivo rivedere in faccia quelle persone con cui hai giocato da bambino.
Per sapere come stanno affrontando la nuova vita. Perché conosco la mia di vecchiaia. Ma ci sono tantissime vecchiaie diverse. La loro conoscenza mi aprirebbe nuove prospettive. Mi fornirebbe nuove idee.
È come se ci fossimo messi tutti in un nuovo viaggio, avventuroso, difficile, che mette alla prova le nostre persone. Ritrovarsi insieme è di conforto.
Andiamo tutti verso un’unica meta.

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07 ottobre 2013

I dolori dei vecchi (368)

I dolori dei vecchi. (368)
Vecchiaia e dolori fisici vanno a braccetto. Non c’è vecchio che non ne abbia più d’uno.
E noi vecchi amiamo parlarne. A lungo. Con altri vecchi. Per confrontarli. Per raccontarci.
Da vecchi diventiamo i nostri dolori.
Dolori alle gambe, alle braccia, alle mani. Dolori di schiena, dolori ai piedi, alle spalle.  Dolori cervicali; dolori a varie articolazioni: anche, ginocchia, gomiti, polsi. Non c’è zona del corpo che non sia sede di qualche fastidio doloroso.
Le articolazioni si logorano, i muscoli si logorano, le vertebre, le cartilagini … A volte sembra che si logorino troppo presto. Ci sono vecchi che già a sessant’anni hanno dolori cronici. In questi casi ho il sospetto che il modo di vivere abbia avuto il suo peso.
Il dolore fisico cronico e incurabile sembra proprio sinonimo di vecchiaia.
Qual è il senso? C’è un senso?
In astratto potrei dire che il dolore mi rende cosciente del mio corpo. Da giovani il corpo non lo vediamo. Siamo tutt’uno con lui. Compenetrati. Impossibile vederlo.

Il risultato è che lo trascuriamo.
Da vecchi siamo più distaccati dal corpo. C’è separazione. Il corpo non ci segue più. 

Resta  indietro. Possiamo girarci a guardarlo.
I dolori hanno questo significato: renderci coscienti del corpo dimenticato.

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06 ottobre 2013

Non è giusto (367)

Non è giusto. (367) 
Ho litigato. Con mia moglie. Perché ho bisogno di molto tempo, anche per quel poco di lavoro che sto facendo. Come mi è capitato altre volte, ho deciso di lasciarlo. Non subito, perché ormai ho preso un impegno. Fra qualche mese.
Dipenderà dal carattere. Durante la mia vita mi è capitato di lasciare anche cose alle quali tenevo. Adesso da vecchio mi si ripresenta lo stesso quadro. Sono tentato di lasciare, di fronte a difficoltà (profonde, però).
Sto ripensando a questo, in queste ore. E mi sembra sbagliato.
Un vecchio, proprio perché la sua vita sta finendo, è più disposto a lasciare. Ha meno spinta interiore ad attaccarsi a un progetto. Ma è sbagliato. Per dignità. Per il valore da dare ai giorni che restano.
Se si lascia, i giorni futuri valgono poco. Hanno il sapore della rassegnazione. Mentre dovrebbero essere momenti di lotta. Non irragionevole, no. Non sto dicendo di voler guidare l’auto anche se non ci vedessi più per la vecchiaia. Ma una lotta equa, sì. Per ciò che è ancora possibile. Contro quel lassismo che ti prende da dentro e ti fa rinunciare.
Dare dignità anche agli ultimi anni.
Non morire anzitempo.
Morire da vivi e non da moribondi.

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04 ottobre 2013

Si cambia (366)

Si cambia. (366) 
Un conoscente, anziano. I figli si lamentano perché, dopo la separazione dalla moglie, è peggiorato. Meno comprensivo, meno comunicativo. Meno intelligente, se possibile. Si è messo a vivere una vita più elementare. I figli suggeriscono che in realtà questa è la vita che avrebbe sempre voluto fare. Era cambiato durante gli anni di matrimonio, perché la moglie lo aveva trascinato verso un livello superiore. Adesso è tornato quello che era. Quello che è sempre stato. Non ha voluto cambiare.
Io a quarant’anni dicevo che avevo fatto molto, in fatto di cambiamenti. Dicevo che volevo riposarmi. E fermarmi a vivere secondo la vita di quegli anni. Senza più cambiare.
Che ingenuità! Mi figuravo davvero che la vita fosse ripetizione di cose già viste, stasi,  immobilità. Senza più mutamenti.
Un quarantenne di mia conoscenza ha appena avuto un figlio. Anche lui si dibatte perché non vuole cambiar vita, rispetto a prima. Non ha capito che ci sono altri livelli da percorrere.
Che la vita sia cambiamento te lo dicono innumerevoli fatti, vicende, situazioni.
E’ così.
Se proprio non l’hai capito prima, quando entri nella vecchiaia diventa evidente.
La vecchiaia è l’ultima occasione per capirlo. 

Se non altro perché intravedi la vicinanza del cambiamento più grande. La morte.
La vecchiaia è l’ultima occasione per capire.

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03 ottobre 2013

Serenità (365)

Serenità. (365)
Mi lamento degli insuccessi. Vorrei che tutto andasse secondo le mie aspettative. Parlo, per esempio, della mia incapacità di migliorare la prostata. E di altri fallimenti.
Mi comporto da giovane, o da uomo di mezza età. I quali credono ancora che tutto andrà per il verso giusto, senza insuccessi. E si batteranno allo stremo, perché avvenga così.
E invece io sono vecchio. So cosa mi aspetta fra qualche anno. Debolezza, invalidità, morte.
Cose reali e certe.
Mi devo abituare alla perdita. Perché perdere sarà l’orizzonte prossimo della mia vita.
Con questa certezza, potrei vivere in serenità.
Nei prossimi anni in gioco non ci sarà perdere o vincere. Bensì l’atteggiamento con cui vivrò le situazioni. Questo mi si chiede. Questo mi chiede la vecchiaia.
In un certo senso, alla vecchiaia si applica la famosa frase di De Coubertin: non importa perdere o vincere, ma partecipare.
Esserci.
In vecchiaia cambia tutto. Ti si chiedono cose diverse da quelle chieste nelle età precedenti.
La vecchiaia non sarà una stanca ripetizione di altre età.
La vita ti stupirà.
Vecchio, sta’ sereno!

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02 ottobre 2013

Vecchi noiosi (364)

Vecchi noiosi. (364) 
I vecchi sono noiosi. Ieri mattina al solito parco un vecchio col bastone attacca bottone con noi padroni di cani. Prima, per dire che aveva tre cani anche lui e che un vicino glieli aveva avvelenati. Poi parlando del vicino, delle sue altre angherie, per tornare indietro nel tempo fino alla seconda guerra mondiale. Raccontando com’era la sua strada cinquant’anni fa, come il Comune gli aveva fatto interrare un fosso, di come si era costruito un capannone che poi suo figlio aveva migliorato, creandosi un appartamento sopra il capannone, dove abita tuttora, eccetera, eccetera … Una noia mortale. Non avevo tempo. Ho tagliato corto e me ne sono andato. Se no, sarei rimasto per vedere dove voleva arrivare. Per vedere se lui si stancava e mi mollava.
Un’altra padrona di cani, svignatasi prima di me, mi raccontava poi che lo stesso le era capitato con un vicino anziano, con cui aveva labili contatti, molto sporadici. Un giorno la fermò e con calore le raccontò un pezzo lunghissimo della sua vita, che lei ascoltò per educazione. Quando poi, settimane dopo, lo reincontrò, quel vecchio la salutò appena, come se quel momento di confidenza non ci fosse stato, come se  si fosse completamente dimenticato, o, peggio, come se non avesse parlato a lei in modo specifico, ma avesse parlato tanto per parlare: un interlocutore valeva l’altro.
Dobbiamo stare attenti, noi vecchi. Siamo pesanti, se ci lasciamo andare. Soprattutto siamo pesanti se raccontiamo a qualcuno, ma non c’importa chi sia.
Ci basta che qualcuno ci stia ad ascoltare.
Chiunque esso sia.

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01 ottobre 2013

Vecchi (363)

Vecchi. (363) 
Mi sorprendo a osservare gli anziani avanzati. Mi incuriosiscono. Cerco di carpire loro qualcosa dell’età nella quale entrerò fra qualche anno. La temo e perciò cerco di conoscerla prima.
Per questo osservo con attenzione il loro aspetto.
Spesso sono pallidi. Segno che c’è poca circolazione sanguigna. Evitano qualunque sforzo, si muovono poco, il cuore pompa poco.
Hanno lo sguardo fisso. Sono poco mobili nel cambiare l’oggetto dei loro sguardi. E così, se ti guardano, sembrano farlo con insistenza, per analizzarti bene. In realtà è solo lentezza. Ci vuole più tempo per dare anche una semplice occhiata.
Paiono straniati. Estranei al mondo che li circonda. Distratti. Come se non fossero pienamente presenti. Sembra che non facciano più parte del mondo in cui vivono.
Son un po’ di qua e un po’ di là.
Sono prossimi all’ uscita. Alla morte.
E’ giusto che il loro aspetto sia questo.

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