28 febbraio 2013

Biorekk. (160) (altro: 53)
E’ un gruppo d’acquisto di prodotti biologici. Nato quasi dieci anni fa. Promosso da un gruppo di famiglie giovani. E’ diventato una interessante realtà, almeno nella mia città e regione. Fa parte di quella cultura del biologico, che è stata il mio progetto di gioventù. Ha moltissime iniziative. Dall’asilo, all’osteria. Dagli orti sociali, agli studi sui prezzi dei prodotti orticoli. E altro ancora.
Quello che mi stupisce è che sia nato in modo autonomo. Non come costola del movimento di cui io ho fatto parte. No. Noi vecchi biologici, siamo appunto vecchi. Loro sono giovani. Altre idee, altre energie. Altra gente. Ideali comuni. Ma loro sono un’altra generazione. E’ il nuovo che avanza.
Miopi saremmo noi vecchi se non capissimo la ricchezza che c’è dietro a questo fiorire di iniziative.
Miopi saremmo noi vecchi, se fossimo gelosi di quelle idee, che pure abbiamo diffuso noi per primi.
Miopi saremmo se non volessimo farci da parte.
Sono felice che altri, anche senza il mio contributo, portino avanti quelle idee che mi hanno entusiasmato per gran parte della mia vita.

27 febbraio 2013

Il maratoneta. (159)
E’ anziano. Mio coetaneo. Passione per la corsa a piedi. Piccolo e magro. Capace di imprese. Come la cento chilometri. Ammirabile.
Ieri l’ho rivisto e salutato. Due battute, incrociandolo per strada. La mia:”Corri ancora?” La sua: “Mai fermarsi!” Ripeto: ammirevole.
In realtà, dovrà fermarsi. Come anch’io dovrò smettere di camminare in montagna. Perché l’età avanza. Ben che vada, smetterà più tardi (lui), smetterò più tardi (io). Ma smetteremo.
La vita è una parabola. Siamo nel ramo discendente, noi vecchi.
Discendente.
Cioè sempre di meno.

26 febbraio 2013

Il figlio invecchiato. (158)
Ieri sono stato a pranzo con mio figlio. Non ci vediamo spesso. Quando ci incontriamo andiamo a pranzo fuori. Così ci possiamo guardare in faccia. Un’oretta per scambiarci idee, valutazioni. Anche bilanci di vita.
Ieri l’ho guardato bene. Per la prima volta non aveva più il volto dell’eterno ragazzo, giovanile oltre la sua età. Perché mio figlio ha quarant’anni. E’ un’età simbolica. L'inizio della vita matura. Ieri aveva proprio l’aspetto di uomo fatto. Non c’era più nulla di adolescenziale nei suoi movimenti. Neppure nel suo volto.  Leggermente gonfio. Un po’ invecchiato.
Anche quando si superano i sessanta, il bianco dei capelli o della barba, segnano un passaggio. Dall’età matura alla vecchiaia. Transizioni. Nel corpo, prima di tutto. Poi nella psiche. Ma di queste ultime ti accorgi un po’ più in là.
Perché noi umani amiamo ingannarci, riguardo al passare degli anni.

25 febbraio 2013

Differenti. (157) 
I molto vecchi talvolta ti guardano come incantati. A metà fra la meraviglia e l’intontimento. A volte sembrano spauriti. E’ a causa dei tempi di reazione, che si sono allungati. Quando ti fissano, lo fanno per un tempo più lungo del normale. Ci impiegano di più a prender coscienza di ciò che stanno guardando. E così, pare che ti osservino con maggior attenzione. Pare che nutrano verso di te un interesse particolare. Quasi fastidioso, se fosse fatto da un giovane o da un adulto. Non è stupidità. E’ maggior lentezza. Nei movimenti. Nelle reazioni.
I molto vecchi talvolta sono pallidi, in volto. Non sempre è conseguenza di malattia. E’ che la circolazione è rallentata. Al volto, così come nelle zone periferiche. Le mani sono fredde, a esempio. E’ un segno che il funzionamento del corpo è rallentato.
Un segno di morte vicina.
Sono differenze fisiche con le altre età. Non se ne tiene conto. La società se ne disinteressa. Anzi non le conosce proprio. Ma ogni età ha i suoi comportamenti normali specifici. A esempio qualcosa di simile (sguardo trasognato) ce l’hanno anche i bambini piccoli. Quando ti guardano a lungo. E magari tu hai fatto loro una domanda alla quale non rispondono.
Noi vecchi siamo differenti. Diventiamo differenti.
E non ce ne accorgiamo neppure noi.

24 febbraio 2013

Politica. (156) (un altro: 88)
Oggi in Italia votiamo. Nella mia vita mi sono occupato di politica. Come passione, non come professione. Ai tempi del referendum sul divorzio, facevo il rappresentante di lista in un seggio. Dovevo controllare lo scrutinio. Prima, accompagnavo al seggio qualche persona in difficoltà. Sono andato a prendere, a casa sua, un vecchio, molto anziano. Grande combattente, da giovane. Allora invece era stanco. Ha declinato con gentilezza la mia offerta di passaggio in auto. Ho provato a insistere. Ogni voto era prezioso. Dovevamo vincere noi. Per cambiare le cose. Mi ha ascoltato e ha detto: “Ora tocca a voi giovani. Le mie battaglie le ho fatte. Sono vecchio e stanco. Grazie. Auguri.” Non ho avuto il coraggio di insistere.  Prima dell’importanza del voto, veniva il rispetto per la sua volontà. Ho intuito che in età avanzata qualcosa cambia. Cambia l’importanza delle cose.
Adesso sono vecchio anch’io. Non tanto vecchio. Ma vecchio. Ho la stessa passione politica di quando ero giovane. Non è ancora cambiato niente, su questo piano. Ma quando avrò 80-90 anni? Anche la politica perderà d’importanza. Se la conserverà, non sarà più perché voglio trasformare il mondo per me e la mia famiglia. No. Sarà per le generazioni future.
Per dare un paese migliore a mio nipote.
E a tutti i bimbi come lui.

23 febbraio 2013

Delusione. (155)
Una persona che stimo. Per la cultura. Per le idee innovative. Per il fascino delle sue parole. Vecchio anche lui. In pensione. Ho saputo che, dopo il pensionamento, mal sopporta la perdita di prestigio. Ho saputo che si è fatto l’amante. Giovane.  
Non giudico. Ma sono deluso.
Non sono un moralista. Ma farsi l’amante giovane, da parte di un vecchio, mi sembra fuori luogo. Come per il quarantenne che si mette con una diciottenne. Di che cosa parla, con lei? Dei voti presi a scuola?
Un vecchio che si mette con una donna molto più giovane, rinuncia alla sua vecchiaia. Sì, la vecchiaia è ambigua, almeno nei primi anni. Ma dopo i settanta uno sa che è vecchio. Basta che guardi il suo corpo. Sa che è in un’altra fase della vita. Deve occuparsi di quella. Può non farlo, per qualche anno. Ma è inappropriato. Così come soffrire per la perdita del proprio ruolo. E’ umano. Ma va superato in fretta. Altri compiti aspettano il vecchio.
Sono deluso, perché dalle persone che stimo mi aspetto coerenza, fra il parlare e il vivere. Sono deluso perché mi aspetto saggezza, dai vecchi. Sono deluso perché aspetto idee chiare, ma anche vite chiare.
Non mi basta che mi indichino che cosa devo fare da vecchio.
Pretendo che lo vivano con me.
Sono deluso.

22 febbraio 2013

Lavoro. (154) (altri: 40, 53, 74, 88)
Anche se sono vecchio, lavoro ancora. Molto poco, in realtà, due-tre mezze giornate alla settimana. Mi piace. Ci tengo. Ora il mio datore di lavoro mi ha comunicato che da settembre mi potrà tenere ancora di meno. Una o due mattine. Mi dispiace. Non tanto per i soldi (che già erano pochi), quanto per il tipo di impegno. Do il massimo e ne sono contento.
Difficile trovar lavoro alla mia età. Con questa crisi, poi… Da vecchi ci si rassegna che nessuno abbia più bisogno del nostro lavoro. E così non si è invogliati a cercare, a mettersi alla prova. Si pensa che ormai non si troverà più alcun impiego. Comunque anche se lo si trovasse, per quanto tempo potremo ancora lavorare, noi vecchi? Due, tre anni?
Da vecchi gli orizzonti temporali lavorativi si riducono drasticamente.
Bisogna lasciare il posto ai giovani.

20 febbraio 2013

Due grandi vecchi. (153)
Una conferenza pubblica. Di filosofia! Due relatori, entrambi anziani di seconda fascia avanzata (più di ottanta anni). Il primo, affascinante parlatore. Non solo per il linguaggio, soprattutto per i concetti. E infine per la poesia. Sì, la poesia dei concetti che esprimeva. Per l’intreccio con la vita. Niente di staccato, di intellettuale. No, tutto di grande verità esistenziale. Una vecchiaia, la sua, degnissima di essere vissuta. Con tante idee da trasmettere.
Il secondo, uno psichiatra. Più fragile. Forse più anziano. Poca vista, un po’ di balbuzie, una parlata cantilenante. Difficile da seguire. Ma ugualmente profondo. Anzi, con in più un’intensa emozione. Vicino ai suoi pazienti psichiatrici. Vicino alla loro sofferenza. Capace di nuove scoperte (anche alla sua tarda età), che candidamente ci enunciava con entusiasmo.
Vecchiaie da imitare? No, non è possibile. Si tratta di vecchiaie che hanno alle spalle 50-60 anni di studio e professione, profondi.
Noi, altri vecchi più normali, accontentiamoci di stare ad ascoltarli.
Rapiti e sognanti.
A sentirli, ti pare che la vita valga la pena di essere vissuta. Sei contento, anche se sei prossimo alla morte.
I due vecchi mi hanno dato la sensazione che la mia vita sia importante.
Perchè hanno riempito di profondità la mia vita di tutti i giorni.

19 febbraio 2013

Prometeo 2. (152) (altri: 151, 147, 145, 51 e in generale i Punti fermi)
Il mito è interessante (soprattutto attraverso la spiegazione che ne dà U. Curi nel libro Via di qua. Imparare a morire). Il mito dice che la morte è naturale. E’ nell’ordine della natura.
Pacifica la mente, quest’idea. E la vita? Incide nella vita? Vorrei approfondire. Vorrei trarne un insegnamento per la vita. Concreto. Da usare tutti i giorni.
La vita prende significati diversi se finisce o non finisce. Se la vita finisce con la morte, la morte dà significato alla vita.  Siccome la vita finisce, questo finire illumina la vita. Per fare un esempio banale, si pensi a una partita di calcio. Quando si è verso la fine del secondo tempo, le due squadre sentono che l’incontro sta per finire e giocano di conseguenza. Chi è in vantaggio si arrocca e difende. L’altra squadra, se può, attacca a più non posso. La fine imminente della partita determina i comportamenti dei giocatori.
Così la morte dà un senso alla vita. O meglio alla sua ultima parte. Perché per tre quarti della vita viviamo come se fossimo immortali ( a causa del dono di Prometeo). Soltanto nell’ultimo quarto pensiamo alla morte. Qual è il senso che la morte dà all’ultima parte della vita?
La morte insegna che non c’è più tempo. Quel tempo che resta dobbiamo usarlo in modo diverso.
Perché è poco. E’ prezioso.
E’ un tempo di distacco. E’ un tempo di preparazione alla morte. Cioè al finire.
Anche tempo di bilanci. Di riflessione sulla vita che abbiamo vissuto.
Tempo per un'autobiografia.

18 febbraio 2013

Prometeo. (151) (altri: 147,145)
E’ un personaggio della mitologia greca. Secondo il mito fece dono agli uomini del fuoco. Per questo fu punito e scontò una pena atroce e perenne. Un’aquila gli divorava il fegato, ogni tre giorni, mentre egli era incatenato a una rupe.
Storiella incredibile, apparentemente. 
I doni di Prometeo agli uomini in realtà erano due: la tecnica (simboleggiata dal fuoco) e una sorta di cecità riguardo al destino inesorabile della morte. Prometeo distoglie lo sguardo degli uomini dalla loro morte ineluttabile. Fino a qui non si capisce la colpa né il tipo di pena.
In realtà Prometeo odia la morte, pur essendo egli immortale. E’ proprio quest’odio che viene punito. Perché sovverte l’ordine del cosmo. Nel suo atroce dolore continuato nel tempo, Prometeo giunge a non resistere più. Arriva a desiderare la morte, che non può venire perché egli è immortale. Ma, attraverso la sua pena, cambia atteggiamento verso la morte. Non la odia più. Perciò la sua pena termina.
Prometeo nel suo odio per la morte, sovverte l’ordine della natura, nella quale la morte è presente. Anzi la morte è necessaria.
Questo si trova nelle tragedie greche di 2500 anni fa. Durante le rappresentazioni il popolo pativa le sorti dei personaggi e capiva. Questioni fondamentali, come la vita e la morte.
Dire che è miracoloso è poco.
L'attualità del messaggio è stata curiosamente confermata da una notizia scientifica apparsa un anno fa sui giornali. E' stato scoperto che l'uomo non può evitare la morte. I meccanismi cellulari portano inevitabilmente alla morte ogni essere vivente.
Morire dobbiamo.
Meglio farsene una ragione.

17 febbraio 2013

La vecchiaia non è roba per donnette. (150)
Battuta sentita in un film. Mi scuso per il carattere sessista della frase (anzi le donne portano meglio la vecchiaia). La cito ugualmente perché è ricca di significato.
Donnetta è sinonimo di persona debole. Senza carattere. Anche le persone deboli diventano vecchie. E’ naturale. Ma le difficoltà,  i disagi, i dolori, le prove (soprattutto), che porta la vecchiaia, hanno bisogno di una tempra forte.
La vecchiaia è un periodo impegnativo. Bisogna comprendere cose nuove. Bisogna adattarsi a situazioni disagiate. Bisogna continuare a vivere, con minori abilità. Perchè da vecchi diventiamo tutti disabili.
Come quando sei in montagna a camminare. E perdi il sentiero. Occorre forza d’animo per non andare nel panico (magari hai ancora poche ore di sole…). Meglio una persona matura che non un giovane. Oppure quando devi arrivare a un rifugio e sei stanco e la strada è ancora lunghissima. Occorre saper resistere alla fatica. Andare avanti. Stringere i denti.
Lo stesso per la vecchiaia.
Un giovane non ce la farebbe a essere vecchio.

16 febbraio 2013

Mi alzo dolorante. (149) (un altro: 91)
Da un po’ di tempo, quando mi alzo dalla posizione seduta, provo dei dolori, delle rigidità. Alle anche, alle gambe, ai piedi. Per qualche passo zoppico, anche. Poi mi rimetto in sesto. Dopo qualche secondo, passano. Come se si fossero arrugginiti, stando a lungo sulla sedia. E poi avessero bisogno di sbloccarsi, per funzionare correttamente.
Certo non è un gran fastidio. Ma è significativo della vecchiaia. Ricordo fenomeni simili nei miei nonni. O in altri vecchi. Quando si alzavano, avevano qualche difficoltà a muoversi agevolmente. Ci impiegavano qualche secondo. Spesso questo tempo era accompagnato da qualche sospiro, da qualche: “Dio, dio, dio…”. Evidentemente in loro i dolori, che accompagnavano le rigidità, erano più accentuati.
Roba da vecchi.

15 febbraio 2013

Un mostro.  (148)
Al mio bar viene una ragazza un po’ vistosa. Stivali, jeans attillati, giacchini alla moda giovanile. L’ho vista anche in volto.  Labbra pronunciate, come una ventenne. Segno evidente di un intervento di chirurgia estetica.
Stamane l’ho osservata più da vicino. Mi è sembrata un mostro. Non perché brutta  o artefatta, ma perché di trent'anni più vecchia. Mi sono accorto che dietro a trucchi, vestiti, chirurgia si nasconde una persona di una certa età. Non certo una ventenne. Almeno ha superato i cinquanta.
Il suo volto era grottesco. Apparentemente giovane, aveva la pelle spenta, tendenzialmente raggrinzita. Sembrava il volto di una vecchia in un corpo da giovane. Mostruoso. Ma il corpo era tutto nascosto, in verità. Si vedevano però le mani. Non erano quelle di una giovane. Si vedeva facilmente.
Il tutto era francamente raccapricciante.
Qualche tempo fa ne avrei dato un giudizio severo. Come di persona che vuol barare. Che inganna gli altri.
Adesso no. Mi è sembrata bisognosa di comprensione. Di qualcuno che la convinca che vecchiaia e morte sono inevitabili. Tutti i tentativi di mascherarle falliscono. Soprattutto ti portano avanti con gli anni, con lo sguardo rivolta all’indietro.
Quando finalmente si girerà in avanti sarà una tragedia.

13 febbraio 2013

Via di qua 3. (147) (un altro 145)
Un approfondimento sul mito di Prometeo, che ha fatto dono della speranza agli uomini. Gli uomini non guardano fisso al giorno della loro morte e così possono vivere (amare, progettare, fantasticare), perchè hanno una speranza.
I grandi tragici greci si erano chiesti come gli esseri umani potessero vivere. Perchè non fossero paralizzati dal pensiero della morte, inevitabile. Che cioè avessero una speranza che accieca. Era il dono di Prometeo.
L’avevo paragonato all’atteggiamento di alcuni vecchi, della nostra società, che fino a tarda età continuano a svolgere attività, sostenere progetti, perseguire ideali. E’ la stessa cosa? Il cosiddetto istinto di sopravvivenza è questa speranza? Non so. La cieca speranza di cui parlano i greci sembra contenere un giudizio di illusione, se non di stupidità. “Guarda come si affannano e domani saranno morti!”
Invece l’atteggiamento di alcuni vecchi sembra essere improntato più ad altruismo che a stupidità.
“Si affannano tanto, nonostante sappiano bene che fra poco moriranno. Ma gli ideali che perseguono sono così importanti da farli impegnare, nonostante che fra poco moriranno.”
E' speranza che accieca impegnarsi per un ideale umanitario, anche se poi noi stessi moriremo?
Un ideale cessa di essere importante perchè noi moriremo?
E' la potenza di un ideale che mette in secondo piano la nostra morte?

12 febbraio 2013

“Sento il peso dell’età”. (146) (altri: 69, 90)
Queste le parole. Del papa che si è dimesso.
Prese alla lettera, indicano la stanchezza che fa la comparsa nella vecchiaia. E che nella vecchiaia estrema, diventa preponderante. Al punto che trascini la tua giornata sperando che venga sera e tu possa sdraiarti a letto.
Ma si possono prendere anche in un altro senso. Il peso della vita. Tutto ciò che un tempo ci entusiasmava ora ci pesa. Nell’età avanzata mancano gli stimoli per condurre un progetto. Per perseguire un ideale. Si desidera solo riposo. Che altri si facciano carico del lavoro, dei progetti, dell’organizzazione.
I vecchi hanno già dato.