03 febbraio 2013

Sbrodolarsi. (137)
Mi accade questo: mangiando, qualche pezzetto di cibo o del liquido mi cade sul vestiario. Al momento non me ne accorgo. Lo vedo dopo, osservando delle macchie sui pantaloni o sulle scarpe. La vecchiaia, mi dico. Certamente l’attenzione è meno vigile, la mano meno ferma. Starò più attento.
Ma analizzando meglio il fatto, non è così.
In gioventù, ho sempre mangiato in fretta, a volte in piedi, addirittura muovendomi in cucina.
Inevitabile sbrodolarsi. Se non succedeva spesso era perché ero abile a evitarlo o ad accorgermene subito.
In vecchiaia i riflessi sono meno pronti. E poiché continuo con le stesse abitudini, è logico che i danni siano maggiori.
Non della vecchiaia devo lagnarmi. Ma delle cattive abitudini.
D’ora in avanti mangerò solo da seduto.

02 febbraio 2013

Tante vecchiaie. (136) (punti fermi; altro: 118)
Ormai l’ho scoperto. Ci sono tante vecchiaie. Perché la vecchiaia è lunga. E’ impossibile che ce ne sia una sola, che duri venti o trenta anni, senza cambiamenti.
Poi perché siamo tanti, noi vecchi. E di culture diverse. Un aborigeno australiano, interrogato sulla nostra civiltà (occidentale) disse che era inorridito dalla nostra lunga vecchiaia.  Viceversa un maestro cinese parlava apertamente di lunga vecchiaia in buona salute, come parte essenziale della vita.
Ma vi sono tante vecchiaie anche all’interno di ogni civiltà. Perché siamo diversi.
C’è chi ai primi accenni di vecchiaia si deprime, si chiude, quasi offeso che una cosa così capiti proprio a lui. C’è chi continua i suoi progetti come niente fosse, praticamente fino alla morte.
La vecchiaia dipende da come ci siamo costruiti e come siamo diventati.
La vecchiaia dipende da come abbiamo passato i primi sessant’anni.

30 gennaio 2013

La vecchiaia serve. (135) (altro: 46)
Ho sempre evitato i problemi. Cerco sempre di scansarli. Sbagliato. Naturalmente i problemi si ripresentano. Tali e quali. E io cerco ancora di evitarli. Così all’infinito.
Adesso in vecchiaia mi spaventano meno. Ho più coraggio di guardarli in faccia. Da vecchio, mi sembra di vederli in un’ottica diversa. Da un punto di vista più allargato. Più panoramico. Li colloco in uno specifico loro posto, insieme ad altre cose.  Non coprono più per intero il mio orizzonte.
Questo cambiamento di prospettive dipende dalla vecchiaia.  Proprio perché ho tanti anni alle spalle, a un problema mi ci sono abituato (un poco). Ne ho fatto  esperienza. Almeno ho il coraggio di starci, nel problema, invece di fuggirlo. Resta il dolore, la fatica. Si allenta un poco il terrore.
La vecchiaia serve.

29 gennaio 2013

Vita. (134)
Einstein diceva (mi pare): se uno di noi rompe uno specchio, si spaventa perché si aspetta sette anni di disgrazie. Ma c’è una persona che invece ne sarebbe felice. Uno che abbia cent’anni. Perché sette anni di disgrazie sarebbero sette anni in più di vita assicurata. A cento anni la vita rimanente si misura a mesi, non ad anni.
Questo aneddoto viene usato per illustrare il concetto di relatività. Ma c’è un risvolto che fa pensare. Sette anni di vita valgono così tanto da far dimenticare che siano anni di disgrazie? Insomma la vita vale di per sé? Indipendentemente dalla qualità? Oppure in mezzo alle disgrazie trovo ugualmente delle soddisfazioni?
E’ l’istinto di sopravvivenza.  Fa desiderare di vivere anche in mezzo al male. Dipende però da che male. Un cancro che ti consuma, la perdita di un figlio, le atrocità dei lager, sono mali che ti fanno preferire la morte.
Ma altri mali? Tipo quelli della vecchiaia tarda? L’impossibilità di camminare, la perdita di autonomia, i dolori fisici della vecchiaia, si sopportano, perché l’istinto di sopravvivenza è superiore.
Per questo alcuni vecchi proprio non ne vogliono sapere di morire.

28 gennaio 2013

Le tazzine del caffè. (133) (altro: 38)
Io e mia moglie amiamo il caffè. Spesso lo prendiamo al bar. Quando non possiamo uscire, lo prendiamo a casa. Usiamo due tazzine diverse. Cioè di foggia diversa. Lei ama una tazzina metallica, rossa, alta. Io una tazzina bianca, in ceramica. Non è sciatteria. E’ libertà. Ci concediamo di seguire i nostri gusti, fino nei minimi particolari. Siamo entrambi vecchi. Ce lo possiamo permettere. La coppia che invecchia ha questi aspetti.  Invecchiando si possono scegliere due strade. Quella dell’individualità spinta (pur entro i limiti dello stare insieme). Oppure quella dell’uniformità. Del fare le cose, non solo insieme, ma farle identiche.
Qualche volta, per compagnia, prendo anch’io una tazzina metallica, rossa. Una bassa, però.

27 gennaio 2013

Questo diario. (132) (altri: 36, 71)
Sta evolvendo. E’ diventato un osservatorio. Sui comportamenti della vecchiaia. Anzi, della mia vecchiaia. Sono testimone di come divento vecchio. Tutte le cose che capitano a me. Ma potrebbero capitare ad altri. E poi c’è l’evoluzione dei miei pensieri. Giorno per giorno. Se continuo, potrei diventare testimone del deterioramento del mio pensare. Se ci sarà. O della lucidità di un vecchio, nel caso contrario.
Lo fa qualcun altro? Lo sa qualcun altro?
Confido in internet.

26 gennaio 2013

Sesso. (131)
Non è che non mi interessi più il sesso. Sono molto calati  gli ormoni. Il punto di vista sessuale entra raramente nelle mie visioni. Le condizioni per creare una atmosfera d’intimità sono più rare. Però mi interessa ancora.
Da giovane il testosterone potenziava il desiderio. Faceva vincere tutte le difficoltà: le stanchezze, le inopportunità, le incognite di una conquista.
Da vecchio la stanchezza serale supera il desiderio. E anche quando c’è il desiderio, non è detto che ce l’abbia la tua compagna. Che evidentemente è vecchia anche lei.
Non è un dramma. Perché, calando il desiderio, non è frustrante soddisfarlo raramente.
Se  hai fondato la tua vita sul sesso, il colpo è forte.
Se non è così, hai molto altro per vivere.
Ti viene da sorridere, perfino, quando vedi dei giovani schiavi degli ormoni.
Ti viene da tremare pensando alla enorme confusione tra sesso e amore, che vivono i giovani .

25 gennaio 2013

Sono diventato più insicuro. (130) (altro: 63)
E più timoroso. Nello scendere le scale, per esempio. Guardo con attenzione dove metto i piedi. Non scendo di corsa. Se poi reggo dei pesi sul davanti, che mi impediscono la vista, istintivamente mi appoggio al muro. O se ho mio nipote in braccio, lo stesso. Se cado, faccio male anche a lui.  Il punto di svolta è stato l’episodio citato al n. 63. Da allora non sono più baldanzoso, quando scendo. A quell’episodio si sono aggiunti piccoli intoppi, qualche scivolamento senza conseguenze. Tutto ciò ha minato la mia assoluta sicurezza che posso scendere le scale come voglio. Il corpo sta cambiando.
Cambio strategie.

24 gennaio 2013

Figli. (129)
Ieri sera è venuto mio figlio a cena. Tutto bene. Mi ha però irritato quando a un certo punto si è come appartato col suo telefono, per leggere e inviare messaggi. Facendo cadere il silenzio nella nostra conversazione.
Non era interessato a parlare con me. Lo devo capire? Sono noioso? In realtà non è interessato alla mia vita. Per lui sono come un libro già letto. Più volte ho tentato in questi anni di parlargli delle mie esperienze ultime. Alcune molto speciali e dolorose. Ma non c’è stato verso. E’ incentrato sulla sua vita. Non è abbastanza attento alla mia. Peccato. Si perde qualcosa.
I figli fanno un errore. Cristallizzano i genitori in una situazione di vita e li leggono sempre in quell’ottica.
Ma noi cambiamo. Sia pur vecchi, cambiamo. Anzi, cambiamo molto.

Alla fine di tutto mi faccio una colpa per come è diventato mio figlio. Colpa mia, mi dico. Non gli ho dato abbastanza. Vero. C’è anche una responsabilità sua. Che non posso nascondere. Ho deciso che lo stimolerò fin che potrò. Finché anch’io non mi occuperò che di me stesso.
Sono e resterò suo padre fino a quando non avrò altre forze che per sopravvivere.

22 gennaio 2013

Accontentarsi. (128)
Maria, 88 anni, mi dice: “In vecchiaia bisogna sapersi accontentare. Di quel che ti dà ancora la vita. Non più fuochi artificiali, ma: vedere i nipoti, essere invitati la domenica a pranzo dai figli, non avere troppi dolori fisici.”
Lo dice senza rincrescimento. Non si lamenta. E’ serena in questa valutazione. Ha fatto pace con la vita. Paradossale: da giovane recriminava continuamente su ciò che non aveva avuto.
La vecchiaia è il tempo della pacificazione.

21 gennaio 2013

Bestemmiare. (127)
Ho deciso che non bestemmierò più. Sì, lo so, bestemmiare non è una bella cosa. A prescindere dalla religione. Ma è liberatoria. E’ uno sfogo.
Un vecchio non se lo può permettere. Per decoro. Soprattutto dinanzi a giovani.
Lo stesso per il turpiloquio. Un vecchio non può avere il frasario di un giovane. Permettersi le licenze, la sboccataggine, la scurrilità. Stona. Non è questione di dare il buon esempio. E’ che ogni età ha il suo linguaggio.
Quello del vecchio deve essere misurato, ponderato, equilibrato. Perché il vecchio ha raggiunto un’età in cui ha più distacco dalle cose, dagli avvenimenti, anche negativi. E’ proprio della vecchiaia un certo equilibrio. Anche nel parlare.

20 gennaio 2013

Errori di gioventù. (126)
Non sopporto i miei errori di gioventù. Mi prende il disgusto quando ripenso ai tradimenti che ho fatto. Alla mia scarsa moralità. Mi disgusto quando vedo qualche foto di me giovane. Atteggiamenti scherzosi. Ma anche equivoci. Eppure allora giustificavo i miei comportamenti. Li trovavo compatibili con la mia evoluzione psicologica. Sbagliavo due volte.
Vorrei cambiare il mio passato. Da vecchio ne vedo tutta la negatività.
Molto meglio come sono adesso. Da vecchio. Meno contorto. Più lineare.
Se arrivi a essere vecchio, hai tempo per pentirti.

19 gennaio 2013

Un’intera generazione invecchiata. (125)
Ti accorgi che sei vecchio, quando tutti coloro che frequenti da tempo, sono anch’essi vecchi.                Vedi in loro la tua vecchiaia. La vedi nitidamente. Mentre su di te stenti ad aprire gli occhi.
Lo vedi ancor meglio se ricompare alla tua presenza gente che ormai non frequenti più.
Percepisci nettamente il tempo che è passato quando ti accorgi che tutta la tua generazione è diventata vecchia. Quelle persone che frequentavi da giovane e che avevano qualche anno più di te o qualche anno di meno. O la tua stessa età. Per esempio compagni di scuola.
Quasi quasi non ti senti più solo, nella tua vecchiezza.
Sei in buona compagnia.
Di vecchi.

18 gennaio 2013

Cremazione. (124) (Altro: 113)
Occuparmi delle mie spoglie dopo la morte, mi pacifica, mi fa star bene. Ho scelto la cremazione. Cioè l’incenerimento della mia salma. Una consumazione rapida. Sarò morto e dunque scomparirò completamente. Resteranno le ceneri, cioè dei sali minerali.
Ma che t’interessa? Ormai… Eh no. Sarò ingenuo, ma m’interessa. Non voglio che altri decidano dei miei resti.
A scanso di equivoci mi sono iscritto a una società di cremazione (socrem). Ho lasciato uno scritto con la mia volontà di essere cremato. Che la socrem conserva  e userà al momento della mia morte, anche contro la volontà dei miei parenti (se si opporranno).
Questione di dignità.

17 gennaio 2013

La sbobba. (123)
Stamattina ho fatto colazione con dei ravanelli grandi bolliti e dei fiocchi di grano saraceno. Gusto deludente. Però dopo colazione sono stato bene. Cioè non ho avuto il solito male allo stomaco da iperacidità.            Ho la sfortuna di avere questo disturbo. Con l’andare degli anni ho  sofferto sempre di più la dieta normale. Non solo cappuccino e brioche. Anche muesli e frutta.
Il medico: “Devi prendere un farmaco che interviene sulla pompa protonica.” Mai. Ho cercato per conto mio. Finché mi sono imbattuto nella cosiddetta dieta acido base. Scelgo i cibi in base al residuo acido che lasciano dopo la digestione. Scelta faticosa, perché quasi tutto quello che si mangia normalmente è acido.
Hanno scoperto che in vecchiaia si diventa incapaci a neutralizzare i residui acidi del cibo. Così si crea una acidità generale, causa di infinite magagne.
Non so più se è stata sfortuna la mia malattia, o fortuna. Perchè sono stato costretto a cambiar dieta. E sto meglio.
Noi vecchi mangiamo quel che vogliamo. Quel che ci piace. Anzi ci attacchiamo al piacere del cibo, visto che altri piaceri svaniscono. Ma alla nostra età sembra che questo non sia più possibile. L’accumulo di acidità porta un sacco di guai. Ci diciamo che ormai alla nostra età nessun cibo ci può far più male. Errore. In vecchiaia il cibo fa star male.
Il cibo è determinante per una vecchiaia sana o malata.